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Carceri, l’inferno è senza acqua

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Niente acqua per farsi una doccia, per lavare il cibo, per cuocersi un piatto di pasta, per dissetarsi.Scarichi del bagno che non funzionano o che buttano fuori liquami scuri e maleodoranti.
Mentre si torna a parlare di  suicidi,nelle nostre prigioni si sta consumando un’altra emergenza, non meno preoccupante: la carenza idrica che in questi giorni di caldo rovente sta gettando nel caos molti penitenziari e che sta provocando tensioni, rivolte ed emergenze sanitarie.
Segnalazioni ed esposti da parte dei sindacati di polizia penitenziaria e dalle associazioni a tutela dei detenuti sono già arrivati alle Procure e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria da parte degli istituti di Santa Maria Capua Vetere, Ariano Irpino, Avellino, Cosenza, Cassino, Palermo.
Situazioni analoghe sono state registrate a Milano, Lecce, Torino, Napoli.
Le strutture che ospitano i detenuti, infatti, spesso antichissime (alcune risalenti addirittura al Seicento) hanno tubature e condotte usurate dal tempo che non riescono a rifornire di acqua tutti i piani degli edifici e a far fronte a una popolazione carceraria così massiccia.
Dall’altro canto, il piano carceri indetto dal governo che prometteva di risolvere l’emergenza edilizia penitenziaria italiana sembra essersi arenato.
Lo stato di fatiscenza, insomma, è all’ordine del giorno.
Il carcere di Santa Maria Capua Vetere, dichiara il Dott. Ciro Guerriero  potrebbe ospitare al massimo 547 posti il quale afferma:Qui il problema idrico è strutturale e si ripresenta immancabilmente ogni estate, quando il caldo si fa più torrido: la fornitura avviene attraverso un pozzo semi-artesiano, quindi l’acqua viene resa potabile all’interno delle mura del carcere, che non ha l’allaccio alla rete idrica. E così anche semplicemente lavarsi le mani diventa un’impresa. Eppure esisterebbe un protocollo d’intesa siglato nel lontano 2004 tra l’amministrazione penitenziaria e la Regione Campania, rimasto, però, lettera morta: il Comune non ha soldi per finanziare i lavori. In questi giorni la questione è tornata alla ribalta e il garante per i detenuti della Campania. Riferisce di aver fatto visita alla Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere “Francesco Uccella”
 Quello che è emerso è stato soprattutto un problema di impasse burocratica: l’allaccio alla rete idrica sarebbe stata autorizzata dal DAP che avrebbe stanziato i fondi per la spesa prevista (circa un milione di euro) ma questi fondi non possono essere trasferiti dal Ministero della Giustizia a un ente locale, trattandosi di lavori da svolgere al di fuori dell’area demaniale dell’amministrazione penitenziaria. Insomma, una situazione kafkiana dalla quale non si riesce a uscire.

È la classica storia in cui alle domande si risponde sempre: «Sono i tempi della burocrazia».

E la burocrazia ha una enorme responsabilità sul tema dei ritardi dei lavori per la costruzione di una rete idrica che porti al carcere di Santa Maria Capua Vetere: un complesso di sbarre e cemento che da almeno venti anni ha sete.

E pensare che l’aula bunker del carcere è stata costruita, pezzo dopo pezzo, grazie al calcestruzzo fornito dal clan dei casalesi.

La camorra però non aveva pensato a collegare la struttura a una rete che potesse dissetare quel complesso di cemento e ferro.

Così, per anni i detenuti hanno comprato bottiglie di acqua per farsi semplicemente la doccia. Ora, c’è chi dice «no».
Ed è il garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Samuele Ciambriello che con una nota fa sapere: «I detenuti mi chiedono notizie in merito alla sistemazione della condotta idrica, il carcere non è servito dalla rete e l’approvvigionamento di acqua è assicurato grazie all’utilizzo di acque di falda e un impianto di potabilizzazione, spesso mal funzionante». «Il carcere non ha colpe», risponde la direttrice Elisabetta Palmieri. «Rispetto agli altri anni, l’acqua qui non manca. Per la maggior parte del giorno è assicurata la fornitura anche grazie a un impianto di potabilizzazione. Certo, abbiamo compulsato di istanze il Comune, ma che altro possiamo fare?». Venti anni fa, in maniera rurale, si era scavato un fosso in terra e si era preferito far salire l’acqua direttamente da un pozzo artesiano. Un metodo antico, poco dispendioso rispetto al collegamento con la rete comunale. È proprio il Comune che ora deve rispondere alle critiche del garante dei detenuti: «Abbiamo ottenuto il decreto di finanziamento solo nel marzo scorso», ribatte il sindaco di Santa Maria Capua Vetere, Antonio Mirra. Il nodo è proprio questo: far entrare il denaro stanziato dalla Regione nel bilancio comunale per poi programmare e iniziare le opere. Eppure, la regione Campania il 5 aprile del 2016 ha approvato un Protocollo d’Intesa per la «costruzione di una condotta idrica a servizio della casa circondariale di Santa Maria – spiega Ciambriello – e delle aule bunker, l’accordo è stato sottoscritto istituendo un capitolo spesa nel bilancio di previsione della Regione per 2 milioni 190mila euro, cofinanziati dall’Unione Europea. Per questo, chiedo a tutti, al sindaco Mirra e alla direttrice del carcere, Palmieri, con estrema urgenza, i tempi di realizzazione dell’opera che servirà a portare l’acqua ai detenuti e alla struttura penitenziaria». «Con il decreto di finanziamento a marzo, noi stiamo proseguendo con tutte le procedure previste nel cronoprogramma, dopo la progettazione vi sarà la gara per l’affidamento del cantiere». Sono stati aggiudicati 150mila euro, circa, solo per la progettazione, ora dovrà essere messo sul banco il bando di gara per far accedere le ditte. Il piano definitivo ci sarà subito dopo le vacanze. «Abbiamo attivato una regolare procedura pubblica per avere il progetto. Anzi, per la verità, prima ancora che ci arrivasse il finanziamento, abbiamo attivato la procedura di aggiudicazione. Ora, si dovrà costruire questo collegamento fra la condotta comunale e il carcere, ce la faremo».
La storia del cantiere mai nato per il collegamento all’acqua è ricca di promesse, ma solo nella primavera del 2016, anche grazie alla intermediazione dell’ex deputata Camilla Sgambato (Pd) fra il carcere e il ministero della Giustizia, i fondi pari a 2 milioni furono sbloccati e la Regione diede impulso alla realizzazione. Ora è di nuovo tutto arenato nel mare della burocrazia: un mare arido, dove a navigare senz’acqua sono i mille detenuti ristretti a Santa Maria Capua Vetere.

  
     
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