CASERTA – Falso davanti al notaio per una donazione da 6 milioni: Cassazione definitiva per Morrone e De Cicco
La Corte di Cassazione mette il punto finale su una vicenda che, per anni, ha agitato sottotraccia il mondo imprenditoriale casertano. Il ricorso di Paolo Morrone, storico imprenditore della sanità privata, e della sua collaboratrice Carolina De Cicco è stato respinto: la condanna per falso ideologico in atto pubblico diventa definitiva.
Al centro della storia ci sono le quote della Perla srl, società da 6 milioni di euro. Morrone voleva donare la propria partecipazione alla De Cicco, ma lo statuto aziendale imponeva un passaggio obbligato: il consenso formale degli altri soci, tra cui il fratello Renato. Un vincolo che non era aggirabile.
Eppure, il 10 settembre 2013, davanti al notaio romano Antonio Oliva, si presentò un uomo che disse di essere Renato Morrone, mostrando anche una carta d’identità che ne attestava – falsamente – l’identità. Il “finto fratello” rese la dichiarazione di assenso alla donazione, consentendo al notaio di redigere un atto che, alla luce della sentenza definitiva, si fondava su una menzogna decisiva.
La difesa degli imputati aveva provato a sostenere che quel consenso non fosse indispensabile, definendo il falso come “innocuo”. La Cassazione ha bocciato completamente la tesi: il consenso non solo era necessario, ma rappresentava l’elemento cardine che determinava la validità stessa dell’operazione societaria. Insomma, senza l’ok vero del socio, la donazione non poteva esistere. E ingannare il notaio su quel punto significa commettere un falso pieno.
Il nome di Paolo Morrone non è nuovo alle cronache giudiziarie. In passato fu coinvolto in un’inchiesta per riciclaggio di circa 2 milioni di euro considerati provento di una maxi evasione fiscale, soldi che – secondo l’accusa dell’epoca – sarebbero stati utilizzati per la costruzione della villa di Castel Morrone. In quel procedimento Morrone e la De Cicco furono assolti, mentre la donna venne condannata in un altro processo per riciclaggio di fondi legati agli illeciti tributari attribuiti all’imprenditore.
La sentenza di oggi chiude una pagina complessa, confermando la responsabilità per un falso su cui la Suprema Corte non ha avuto dubbi: il cuore dell’operazione era irregolare, e la macchinazione per far sembrare tutto legittimo ha retto fino al tribunale, ma non oltre la Cassazione.














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