Colpo di scena nel caso dell’omicidio del “sindaco pescatore” Angelo Vassallo: il GUP del Tribunale di Salerno ha deciso il proscioglimento del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, mettendo fine – almeno per ora – a due anni di accuse, polemiche e sospetti.
Una decisione che, nel bene o nel male, va rispettata. Come si rispettano quelle sfavorevoli. Ma in Italia si sa: c’è sempre chi preferisce il tribunale mediatico, con manette e ghigliottina pronte all’uso. Questa volta però forcaioli e professionisti della gogna restano a mani vuote.
Eppure, accanto al piano giudiziario, c’è quello umano.
Perché l’ingiusta detenzione non si cancella con una formula. Non si archivia con una sentenza. Non si riequilibra con un assegno di risarcimento.
Sette mesi di carcere per un ufficiale dei Carabinieri non sono una parentesi. Sono 210 giorni di dolore, vissuti secondo per secondo. Una ferita che colpisce dignità, identità e storia personale di un uomo che ha servito lo Stato per una vita.
E qui emerge il paradosso: le accuse che hanno portato a quell’arresto si basavano anche sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia provenienti dagli stessi ambienti criminali che Cagnazzo, da investigatore anticamorra, aveva contribuito a colpire e smantellare.
Un cortocircuito evidente: chi ha combattuto certi mondi si ritrova anni dopo travolto da accuse provenienti proprio da lì.
C’è poi anche una dimensione personale.
Chi scrive ha conosciuto Fabio Cagnazzo durante la missione di pace in Kosovo, a Pristina, quando comandava la MSU. Un comandante carismatico, un leader operativo. Il briefing del mattino era una lezione di comando e lucidità.
Quando, due anni fa, uscì l’ordinanza di custodia cautelare – oltre 400 pagine – il pensiero fu inevitabile: “Allora di Cagnazzo non avevo capito nulla…”.
Pagina dopo pagina, però, quell’uomo descritto nelle carte giudiziarie non coincideva con quello conosciuto sul campo. Le accuse apparivano costruite più su racconti riferiti che su riscontri concreti.
E così il dubbio finì per colpire perfino chi lo conosceva: forse avevo sbagliato a giudicare le persone?
Il proscioglimento oggi dice una cosa semplice: forse chi non aveva capito niente… non era chi lo conosceva davvero.
Resta però una domanda sospesa, che nessuna sentenza cancella:
chi restituisce questi anni di patimento a un servitore dello Stato?
Chi restituisce la serenità, la reputazione, la fiducia incrinata?
Chi ha sbagliato pagherà? Difficile dirlo.
La giustizia farà il suo corso. Ma il dolore, quello resta.
E per qualcuno il momento più atteso sarà rivedere il colonnello Fabio Cagnazzo tornare in uniforme, quella divisa che – per chi lo ha conosciuto – ha sempre onorato sul campo.














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