La morte impone rispetto. La storia, invece, non si riscrive davanti a una bara. E allora, davanti alla decisione di tributare esequie di Stato a Emma Bonino, una domanda è inevitabile: quale “particolare servizio alla Patria” stiamo celebrando? Perché possiamo rispettare una persona senza dover necessariamente condividere — o santificare — tutto ciò che ha rappresentato politicamente. Bonino ha incarnato alcune delle battaglie più radicali della storia repubblicana: aborto, liberalizzazione delle droghe, immigrazione, eutanasia e una determinata concezione dei diritti individuali e della società. Battaglie che una parte dell’Italia considera conquiste. Un’altra parte, invece, considera profondamente sbagliate. Io sono tra questi. E ho il diritto di dirlo. Non accetto che chi difende la vita, la famiglia, i confini, la legalità e l’identità culturale del proprio Paese venga automaticamente dipinto come oscurantista o nemico dei diritti. Il rispetto per i morti non obbliga al silenzio dei vivi. Io non sono disposto a trasformare il dissenso politico in una processione di santi laici. La Repubblica deve riconoscere ciò che ritiene meritevole di riconoscimento, ma i cittadini hanno altrettanto diritto di chiedersi se quelle scelte rappresentino davvero l’Italia che vogliono lasciare ai propri figli. Io una risposta ce l’ho. Voglio un’Italia che non abbia paura di dire chi è. Un’Italia che protegga la vita, sostenga la famiglia, controlli i propri confini, faccia rispettare le proprie leggi e non chieda scusa per difendere la propria identità. E soprattutto voglio governanti che amino l’Italia non a parole, ma nelle scelte. Rispetto per la morte. Rispetto per la storia. Rispetto anche per chi dissente. Ma nessuna beatificazione politica.














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