Tutti vogliono guidare, nessuno vuole farsi da parte. Tra primarie, veti e regolamenti di conti, il centrosinistra prova a costruire un’alternativa a Meloni. Ma prima dovrebbe riuscire nell’impresa di mettersi d’accordo con se stesso.
Altro che campo largo. A guardare la scena, sembra piuttosto un condominio politico dove tutti rivendicano l’attico, nessuno vuole pagare le spese e ogni assemblea finisce a colpi di diffida.
Al centro della contesa ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte, impegnati a misurare chi debba guidare la coalizione. La segretaria dem non vuole sentir parlare di successioni anticipate; il leader pentastellato invoca una scelta condivisa e tiene aperta la partita delle primarie. Tradotto: entrambi parlano di unità, ma nessuno sembra disposto a rinunciare al volante.
Schlein, alla Festa dell’Ottimismo del Foglio, a Firenze, ha ricordato di essere sopravvissuta ai tentativi di «commissariarla, federarla o farla fuori». Un messaggio piuttosto esplicito a chi immagina un candidato premier alternativo alla guida del Pd. La sua linea è chiara: il candidato spetta al partito più votato oppure si decide con le primarie. Nessuna incoronazione preventiva di un nome più gradito ai moderati.
Poche ore dopo, alla festa del Manifesto, il copione si è arricchito di sorrisi, strette di mano e fotografie di gruppo con Conte, Bonelli, Fratoianni e Magi. Tutti insieme, almeno davanti agli obiettivi. Perché quando si passa dalle pose alle posizioni, l’armonia comincia a perdere colpi.
Schlein ha escluso il ritorno alle larghe intese e respinto l’idea che per vincere serva un leader più rassicurante per il centro. Una linea che difende la sua leadership, ma lascia aperta la questione fondamentale: chi decide davvero la guida del campo largo?
Conte, infatti, continua a sostenere la necessità di una scelta non precostituita. Ha ricordato di aver proposto che entrambi facessero un passo indietro per individuare una figura condivisa, mentre le primarie restano sul tavolo. Dice che un terzo mandato a Palazzo Chigi non gli aggiungerebbe nulla, ma non per questo accetta che la candidatura finisca automaticamente nelle mani della segretaria dem.
Insomma, la poltrona non sarebbe il problema. Il problema è chi decide a chi assegnarla.
UCRAINA, IL CAMPO LARGO SI ALLARGA ANCHE NELLE DISTANZE
Se sulla leadership manca ancora una soluzione condivisa, sulla politica estera le differenze sono altrettanto evidenti.
Il Pd conferma il sostegno militare all’Ucraina; Conte, Bonelli e Fratoianni contestano l’invio di armi. Le dichiarazioni dell’ex premier sulle popolazioni russofone ucraine hanno provocato dure reazioni nell’area riformista dem.
Non è un dettaglio secondario: governare insieme significa anche dover spiegare agli elettori quale linea si intenda seguire su questioni internazionali decisive. E una fotografia di gruppo, per quanto ben riuscita, non sostituisce una posizione comune.
APPENDINO METTE IL VETO, RENZI NON SI ACCOMODA
Poi c’è Matteo Renzi, presenza che nel campo progressista continua a provocare più discussioni di quante ne risolva.
Chiara Appendino ha ribadito le riserve del Movimento 5 Stelle sull’ingresso di Italia Viva nella coalizione, richiamando l’esperienza del governo Conte II e mettendo in dubbio l’affidabilità politica dell’ex premier. Ha anche sollevato una questione elettorale: non conta soltanto quanti voti Renzi possa portare, ma anche quanti potrebbe allontanare.
Renzi ha replicato con le consuete stoccate, contestando le critiche e intervenendo a sua volta sulle regole della coalizione, sulle primarie e sulla scelta del candidato. Quanto al confronto tra Schlein e Conte, ha dichiarato che voterebbe Schlein.
Una preferenza che aggiunge un elemento alla partita, senza risolverla.
IL COLLANTE? BATTERE MELONI
Alla fine, il punto più interessante è forse quello ammesso dallo stesso Renzi: a tenere insieme forze tanto diverse è soprattutto l’obiettivo comune di battere Giorgia Meloni.
Obiettivo legittimo per qualsiasi opposizione. Ma vincere contro qualcuno non equivale automaticamente a sapere che cosa fare insieme una volta al governo.
La domanda, dunque, non è soltanto chi sarà il candidato premier. È quale programma, quale linea internazionale e quali compromessi terranno insieme questa coalizione quando finirà la stagione delle fotografie e comincerà quella delle decisioni.
Perché il campo largo può anche diventare larghissimo. Ma se ciascuno tira dalla propria parte, il rischio è che l’unica cosa davvero condivisa resti la voglia di arrivare a Palazzo Chigi.














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