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CAMPANIA, GUERRA DI POLTRONE E DI EGO

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Edmondo Cirielli, detto “il controllore”, avrebbe chiesto persino un parere al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per capire se sia costituzionalmente, moralmente e fisicamente possibile tenere insieme la carica di viceministro degli Esteri e quella di consigliere regionale.
Traduzione: come non mollare nulla senza perdere tutto.

Quello che ci viene raccontato, però, è di un Piantedosi visibilmente imbarazzato, chiamato a esprimersi non su una questione di ordine pubblico, ma su una bega tutta interna agli equilibri di potere di Fratelli d’Italia in Campania, dove il problema non è governare ma contarsi.

A complicare i piani del viceministro è arrivata l’elezione in Consiglio regionale di Gennaro Sangiuliano, evento che Cirielli – evidentemente convinto che l’universo girasse attorno a lui – non aveva minimamente previsto.
Per tutto il 2025, del resto, Cirielli non si era mai distinto per un impegno forsennato a favore della coalizione di centrodestra: la causa comune è sempre sembrata un dettaglio rispetto all’obiettivo principale, cioè il controllo assoluto del partito campano.

Cirielli era certo di due cose:

  1. che Sangiuliano non si sarebbe candidato

  2. che, qualora l’avesse fatto, Roma avrebbe guardato altrove

Errore fatale.

A una ventina di giorni dal voto, Sangiuliano non brillava nei sondaggi e Cirielli già pregustava la scena: risultato mediocre dell’ex ministro, epurazione soft e classe dirigente campana saldamente nelle sue mani, sia restando a Napoli, sia scegliendo la comoda opzione della doppia poltrona romana, tanto – pensava – nessuno avrebbe avuto carisma sufficiente per fargli ombra.

E invece il partito è sceso in campo.
E non per una scampagnata.

In prima linea Ignazio La Russa, uno che la politica non l’ha letta sui manuali ma l’ha attraversata tutta, dal MSI ai vertici dello Stato. Telefonate lunghe, serie, tutt’altro che di cortesia, con un messaggio chiaro agli esponenti campani di FdI: “Sangiuliano va aiutato”.

Risultato?
Sangiuliano eletto, secondo nella lista di Fratelli d’Italia a Napoli, subito dietro Ira Fele, trascinata da un sistema di preferenze degno di una coalizione balneare che mette insieme il marito deputato, ex deluchiani, sponsor vari e – come bonus track – anche qualche condannato eccellente.

Arrivare secondi in quel contesto non è una sconfitta, è un segnale politico. Significa che il voto di partito, quello vero, quello spinto anche da Roma, è andato a lui.

Dietro quella performance c’è un’idea pericolosa per l’attuale gruppo dirigente campano: mettere contenuti, progetti, idee e – Dio non voglia – presentabilità dentro Fratelli d’Italia in Campania. Tutte cose che Cirielli non è mai riuscito a garantire, come dimostra la sua campagna elettorale fatta di slogan triti, luoghi comuni e abbondanti dosi di ChatGPT, risultata in questo caso più artificiale che intelligente.

Ora Cirielli si ritrova accanto un Sangiuliano con mandato politico diretto da Roma, chiamato a dare spessore all’opposizione al governo regionale di Roberto Fico.
Ed ecco spiegato il motivo per cui Cirielli non vuole mollare Napoli: sa bene che un Sangiuliano full time sul territorio, magari anche capo dell’opposizione, cambierebbe completamente gli equilibri e le luci della ribalta.

A quel punto Sangiuliano potrebbe intercettare quella fetta enorme di elettorato meloniano che alle regionali non è andata a votare, nauseata da un partito ridotto a circolo chiuso, autoreferenziale e politicamente ottuso, dominato dal duo Cirielli–Iannone e da un contorno di personaggi più a loro agio davanti a una bistecca serale che in un dibattito politico.

Nel frattempo, Giorgia Meloni e La Russa osservano.
Non possono impedire a Cirielli di restare consigliere regionale, ma possono ricordargli una banale verità: chi dice di lavorare sul territorio difficilmente può fare il viceministro degli Esteri.

Un’ovvietà?
Sì.
Ma in un partito dove il potere conta più dei contenuti, anche le ovvietà diventano rivoluzionarie.

 
   
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