Oggi, su Rai Uno, a Domenica In, va in onda l’ennesima favola a lieto fine: «Toni Servillo, nato ad Afragola». Vero. Verissimo. Peccato che manchi tutto il resto della sceneggiatura.
Perché il Servillo che conosciamo non è piovuto dal cielo.
È cresciuto a Caserta.
A Caserta si è fatto le ossa.
A Caserta ha imparato a stare in scena, prima ancora che davanti alle cineprese.
A Caserta vive tuttora.
Ma quando arriva il microfono nazionale? Amnesia selettiva.
Sorriso d’autore.
Silenzio da Oscar.
E via, si passa oltre.
Non è una distrazione televisiva. È convenienza geografica. Afragola si dice, Caserta si omette. Troppo ingombrante, forse. Meglio ridurla a nota a piè di pagina, quando va bene.
Così funziona: si prende tutto quello che serve da una città e, quando arriva il momento di nominarla, la si lascia dietro le quinte. Caserta come scenografia: bella, muta, sacrificabile.
E fa sorridere – amaramente – che proprio chi si nutre di memoria, di radici e di verità scenica scelga di praticare una rimozione così ben recitata. Perché il silenzio, a certi livelli, non è neutralità: è complicità.
Ma tranquilli. Caserta non chiede nulla.
Caserta non implora.
Caserta resta, anche senza primi piani.
Continuerà ad ospitarti, caro Maestro.
Continuerà a fare la sua parte.
Ma un consiglio non richiesto: ogni tanto, ricordati da dove viene la tua voce.
Nominarla davanti al tuo pubblico non ti toglierebbe nulla.
Anzi.
Sarebbe l’unico colpo di scena davvero credibile.















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