Doveva essere la rivoluzione digitale.
È diventata la rivoluzione delle buche.
La società incaricata di cablare la città con la fibra ottica ha scavato ovunque. Fin qui, normale. Il problema è come ha richiuso.
Caserta oggi è una mappa di cicatrici nere sull’asfalto: serpentoni che attraversano le carreggiate, solchi che diventano trappole alla prima pioggia, rattoppi che si sbriciolano dopo poche settimane.
Dal centro alla zona collinare è un percorso a ostacoli permanente. Pedoni e ciclisti rischiano, automobilisti imprecano, commercianti contano i danni.
E allora la domanda non è tecnica. È politica.
Chi ha controllato?
Chi ha verificato i ripristini?
Chi ha imposto standard seri su sottofondi, spessori, collaudi?
Perché non basta scavare e buttare asfalto a freddo, magari schiacciato in fretta. Non basta tappare e andare via.
Le fidejussioni dove sono?
I collaudi indipendenti sono stati fatti?
I dirigenti hanno certificato lavori eseguiti “a regola d’arte” o solo chiuso pratiche?
Nel frattempo, la città paga due volte:
-
con la sicurezza compromessa
-
con i costi futuri di rifacimento
E allora sì, la provocazione diventa proposta:
👉 Caserta deve valutare una class action o un’azione risarcitoria collettiva contro chi ha realizzato ripristini non adeguati.
Perché innovazione non significa devastazione.
Perché fare impresa su suolo pubblico significa assumersi responsabilità pubbliche.
E soprattutto perché un capoluogo non può essere trattato come una terra di nessuno dove si scava oggi e si scarica il problema domani.
La fibra collega al futuro.
Ma qui sta scollegando la città dalla sua dignità…Kest’è!















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