Altro che città capoluogo. Caserta oggi è una città al buio. Letteralmente. Viale Sossietta Scialla, asse strategico della zona est, è spento da mesi.
Pali dell’illuminazione out dall’estate.
La spiegazione ufficiosa? Furto dei cavi di rame lungo l’intero tracciato.
Quella ufficiale? Non pervenuta.
Nel frattempo automobilisti, runner e residenti percorrono una strada che di notte diventa un corridoio nero. Basta una gomma bucata, un guasto improvviso, un imprevisto qualsiasi e il rischio è concreto.
E qui la domanda non è tecnica. È politica.
Se davvero i cavi sono stati rubati, perché non esiste una comunicazione trasparente sui tempi di ripristino?
Se il problema è classificato come “straordinario”, davvero può restare sospeso per mesi?
Intanto la stessa arteria racconta una storia più ampia:
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perdita d’acqua cronica mai risolta;
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sottopasso che si allaga a ogni temporale;
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sterpaglie e roghi estivi;
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manutenzione assente;
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asfalto dissestato.
Un campionario di criticità che non nasce ieri.
Caserta sembra una città che non programma, non coordina, non controlla.
Rincorre emergenze. Tampona. Poi dimentica.
Il contrasto è quasi crudele: a pochi passi la maestosità della Reggia di Caserta, capolavoro di Luigi Vanvitelli, simbolo di ordine, visione e grandezza.
E attorno, una realtà che appare sempre più fragile, frammentata, lasciata a sé stessa.
Non è solo un problema di lampioni spenti.
È la fotografia di una città che sembra aver smarrito la capacità di governare il quotidiano.
Perché quando un’arteria principale resta al buio per mesi, il punto non è solo il rame rubato.
Il punto è chi accende – o non accende – le responsabilità.
Caserta non è solo una città con problemi.
È una città che rischia di abituarsi ai problemi.
E l’abitudine, più del buio, è il vero pericolo.















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