Nel Paese dove anche i concorsi pubblici dovrebbero essere più blindati di un caveau notarile, succede l’imponderabile: il concorso per 400 notai, uno dei più duri e prestigiosi d’Italia, finisce in un pasticcio che farebbe impallidire anche un praticante al primo giorno.
La scena è questa: febbraio 2026, compare online – e poi sparisce più veloce di una raccomandata in scadenza – un file Excel con i risultati delle prove scritte. Dentro ci sono i nomi dei 278 candidati promossi agli orali. Fin qui tutto normale, se non fosse che accanto ai nomi compaiono annotazioni bizzarre della commissione: commenti ironici, appunti vari e soprattutto nomi di santi.
Sì, santi. Non metaforici, proprio santi: San Gennaro, San Giuseppe, Santa Rita e compagnia celeste. Un dettaglio che ha fatto drizzare le antenne a mezzo mondo notarile. Perché la domanda è semplice: erano soprannomi innocenti o un modo – più o meno creativo – per riconoscere i candidati dietro gli elaborati?
E qui si entra nel terreno minato del principio sacro dei concorsi pubblici: l’anonimato. Nei concorsi notarili l’anonimato è più rigido di una clausola penale: gli elaborati devono essere corretti senza la minima possibilità di identificare chi li ha scritti. Anche solo il sospetto di un sistema di riconoscimento può aprire la porta a una valanga di ricorsi.
Il risultato? Ministero della Giustizia allertato, relazione urgente chiesta al presidente della commissione e calendario degli orali finito in una nebbia degna della Pianura Padana.
Il punto da chiarire è uno solo: quel file Excel era un innocuo foglio di lavoro o la prova di un metodo “creativo” per orientarsi tra i compiti? Se fosse la seconda ipotesi, il terremoto sarebbe notevole.
Nel frattempo, tra i candidati esclusi c’è chi già prepara i ricorsi al TAR, sostenendo che quei misteriosi santi potrebbero essere stati più che semplici patroni spirituali: veri e propri codici identificativi.
E la giurisprudenza, quando si tratta di anonimato nei concorsi, non scherza affatto. Il Consiglio di Stato negli anni ha ribadito un principio chiarissimo: l’anonimato deve essere non solo reale, ma anche percepito come tale. Tradotto: se c’è il minimo dubbio, il concorso può saltare.
Scenario peggiore? Scritti annullati e tutto da rifare. Una catastrofe per centinaia di candidati che da anni studiano codici e giurisprudenza come monaci certosini.
Nel mondo notarile, abituato a procedure più formali di una pergamena medievale, il caso ha già fatto il giro delle cancellerie. E mentre il file incriminato è stato cancellato dalla rete, resta la domanda che rimbalza tra aspiranti notai e studi legali:
era un semplice errore informatico o il primo concorso pubblico dove, oltre al diritto, serviva anche l’intercessione dei santi?














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