Nel cuore di Caserta c’è un buco che parla. E urla. Succede in Via San Carlo, la strada più antica, la più simbolica, quella che per i casertani non è solo un asse viario ma l’arteria principale del cuore urbano. E invece oggi sembra un elettrocardiogramma impazzito: un edificio sparito, inghiottito da una demolizione che definire “azzardata” è un eufemismo, e accanto un palazzo rimasto in piedi per miracolo, ferito, crepato, sospeso tra la vita e la rovina.
SCENA: centro storico. Fabbricati che si sorreggono l’un l’altro come vecchi amici che camminano a braccetto. In queste strade toccare un muro significa mettere mano a un equilibrio secolare. E allora la domanda sorge spontanea (direbbe qualcuno): davvero si può pensare di abbattere un edificio senza conseguenze su quello attaccato? Davvero si può trattare il centro antico come fosse un plastico di periferia?
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Dove prima c’era un fabbricato, oggi c’è un vuoto che sembra una ferita aperta. Accanto, il superstite porta addosso i segni di quella scelta: crepe, cedimenti, una stabilità compromessa. Uno è caduto. L’altro è rimasto lì, come un reduce che non sa se ringraziare la sorte o temere il prossimo colpo.
E qui non siamo in un girone qualsiasi: sembra una pagina della Divina Commedia, ma senza fiamme, senza diavoli. Solo la lenta dannazione delle città ferite. La colpa? Non ha un solo volto. Progettisti, autorizzazioni, controlli evaporati, decisioni rimandate: una catena dove ognuno tiene un anello e nessuno vuole sentirne il peso.
E poi c’è il capitolo in stile I Promessi Sposi: non un crollo improvviso e misterioso, ma una concatenazione di scelte, omissioni, silenzi. Lì il matrimonio “non s’ha da fare”. Qui la messa in sicurezza “s’ha da rimandare”. E rimandare. E rimandare ancora. Così la misura provvisoria diventa permanente, l’eccezione si fa regola, il rattoppo diventa arredo urbano.
Il palazzo ferito è proprietà privata, certo. Ma è anche un simbolo pubblico. Perché quando un edificio vacilla nel cuore antico, non trema solo un atto notarile: trema un pezzo di identità collettiva. E i proprietari, più che burattinai, sembrano burattini incastrati tra responsabilità incrociate, costi enormi e immobilità amministrativa. Un bene che doveva essere risorsa è diventato un problema da evitare.
Poi, colpo di scena.
In questa storia che sembrava destinata al solito finale all’italiana – “così è e così resta” – spunta la caparbietà di uno. Un cittadino, un proprietario, un tecnico: poco importa l’etichetta. Importa il fatto. Domande precise. Richieste formali. Insistenza nel pretendere risposte. Niente più “vedremo”, niente più “la situazione è complessa”. Una testardaggine che comincia a rimescolare carte che qualcuno pensava già archiviate.
Sembra quasi un Renzo in salsa casertana, sempre dai I Promessi Sposi, che invece di accettare il destino decide di capire, di chiedere conto, di non farsi mettere alla porta. O un Dante civico che, davanti al caos, sceglie di attraversarlo e raccontarlo.
E qui entra in scena l’aspirante sindaco guerriero.
Perché una città non si governa con l’alzata di spalle. Si governa scegliendo. E scegliere significa assumersi responsabilità, soprattutto quando fanno rumore. Via San Carlo non è un dettaglio urbanistico: è il biglietto da visita di Caserta. È il luogo dove passato e presente si toccano ogni giorno.
Un’amministrazione che vuole definirsi coraggiosa deve fare tre cose semplici e rivoluzionarie:
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dire chiaramente cosa è successo e perché;
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stabilire chi deve fare cosa e in quali tempi;
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restituire alla città non solo un edificio sicuro, ma un tratto di dignità urbana.
Basta immobilità. Basta rimpalli. Basta silenzi tecnici che diventano silenzi politici.
Perché oggi, passando per Via San Carlo, si vedono tre cose: ciò che non c’è più, ciò che rischiava di crollare e ciò che si sta muovendo sotto traccia. La caparbietà di uno può diventare la crepa da cui entra la luce. Ma serve una guida che trasformi quella crepa in progetto.
Caserta merita di meglio di un vuoto e di un rudere affiancati come due monumenti alla negligenza. Merita amministratori che non abbiano paura di mettere mano ai nodi intricati del centro storico. Merita un sindaco che non si limiti a gestire l’inerzia, ma che la rompa.
Perché le città non muoiono per un crollo. Muoiono per abitudine. E se c’è qualcuno che ha deciso di non voltarsi dall’altra parte, allora è il momento che anche la politica faccia lo stesso.
Il cuore di Caserta non può restare in apnea. O si interviene, o quel vuoto diventerà il simbolo perfetto di una città che ha smesso di pretendere. E invece, forse, sta appena iniziando a farlo.














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