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TOGHE IN CORO, IL TRIBUNALE DIVENTA UN KARAOKE POLITICO

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C’è un video che gira in rete e che non ha bisogno di grandi commenti. Mostra magistrati – quelli che ieri, oggi e soprattutto domani dovranno giudicare cittadini e applicare l’obbligatorietà dell’azione penale prevista dalla Costituzione – mentre cantano “Bella Ciao” e saltano al coro di “Chi non salta Meloni è…”. Non in un bar, non a una festa privata. Ma dentro un palazzo di giustizia, o comunque nella casa del sindacato delle toghe.

E qui nasce il problema. Perché quando un magistrato intona cori apertamente politici, smette di limitarsi a esercitare una funzione e finisce per connotarla politicamente. Non è più solo un giudice: diventa un giudice che, senza neppure salvare le apparenze, rivendica un’appartenenza.

Il messaggio che passa è semplice e devastante: sono un magistrato, ma prima ancora sono di una parte. E quando quella parte viene esibita con tanta leggerezza – tra salti, cori e slogan – il principio di imparzialità, che la Costituzione pretende come fondamento della funzione giudiziaria, finisce inevitabilmente sotto pressione.

Ecco perché, davanti a queste immagini, finiscono per sentirsi rafforzati quei milioni di italiani – quasi la metà del Paese – che temono non tanto l’indagine o il processo (se giustificati, fanno parte dello Stato di diritto), ma il rischio che certe decisioni possano maturare dentro un clima politico o ideologico. Non per quello che si è fatto, ma per chi si è o per chi si vota.

Il tutto accade in una regione come la Campania, dove il centrosinistra governa gran parte delle principali istituzioni: dalla Regione all’area metropolitana di Napoli, passando per numerose amministrazioni provinciali e comunali. Un sistema di potere vasto, che rende ancora più delicato il ruolo di una magistratura chiamata a controllare proprio chi detiene il potere.

Eppure in quel video compaiono volti tutt’altro che marginali della magistratura campana: Antonello Ardituro, già pm della DDA di Napoli e componente del CSM, oggi alla Direzione Nazionale Antimafia; Pierluigi Picardi, da poco ex presidente del tribunale di Napoli Nord; Lucia Esposito, giudice civile nello stesso tribunale; Rossella Marro, presidente della sezione penale.

E poi ancora Luigi Landolfi, per anni pm della DDA e protagonista di importanti inchieste; Simona Di Monte, procuratore aggiunto a Napoli; Aldo Policastro, oggi procuratore generale della Corte d’Appello di Napoli; Furio Cioffi, Leda Rossetti, Rosa De Ruggiero, Teresa Orlando e altri magistrati di primo piano.

Una scena che lascia perplessi, perché finisce per offrire argomenti proprio a chi denuncia da anni una magistratura percepita come politicizzata.

In questo quadro, l’atteggiamento più prudente sembra essere stato quello del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che durante tutta la vicenda è rimasto lontano da cori e celebrazioni.

La verità è che questa magistratura, pur avendo respinto la riforma nel referendum, dovrà fare i conti con un dato politico enorme: quasi metà del Paese ha votato per cambiarla.

E video come questo rischiano di alimentare il sospetto più pericoloso di tutti: che chi finisce sotto inchiesta possa sempre dire, con qualche argomento in più, di essere vittima non di un processo, ma di una battaglia politica combattuta in toga.

 
   
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