La solidarietà verso il popolo palestinese è una cosa. L’utilizzo delle piazze per alimentare una battaglia politica è un’altra.
La domanda, allora, è legittima: questi giovani stanno scegliendo liberamente la propria battaglia o rischiano di diventare lo strumento di quella di qualcun altro?
Perché la politica dovrebbe educare alla libertà di pensiero, non arruolare le coscienze. Dovrebbe dare ai giovani gli strumenti per costruire il proprio futuro, non limitarsi a portarli in piazza quando servono numeri, consenso e visibilità.
Una bandiera può rappresentare un popolo, una sofferenza, una richiesta di pace. Ma non dovrebbe diventare il paravento dietro cui nascondere le responsabilità di chi, per anni, non ha saputo dare risposte ai problemi delle nuove generazioni.
I giovani non sono comparse. Non sono megafoni. Non sono pedine.
Hanno diritto di manifestare per la Palestina, per il lavoro, per la libertà e per la pace. Ma hanno anche il diritto di domandarsi chi li guida, quali obiettivi persegue e che cosa resterà quando le piazze si saranno svuotate.
La vera libertà comincia quando non hai bisogno di sventolare la bandiera di qualcun altro per capire da che parte stare.














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