Le parole dei padroncini campani, piccoli imprenditori che mandano avanti due o tre camion, raccontano una realtà che la politica non può ignorare: il lavoro che non basta più a garantire il futuro della propria famiglia.
«Fino a oggi ce l’abbiamo fatta, ma l’orizzonte si allontana sempre di più», racconta uno di loro. E quando un padre dice che perfino i suoi bambini si accorgono delle difficoltà e della mancanza di prodotti sugli scaffali, non siamo più davanti a una semplice vertenza economica. Siamo davanti a un allarme sociale.
Il caro gasolio sta mettendo in ginocchio chi trasporta le merci, chi produce e chi ogni giorno tiene in piedi una parte essenziale della nostra economia.
E la risposta non può essere soltanto minacciare sequestri e sanzioni.
Le regole vanno rispettate e i cittadini non possono subire all’infinito le conseguenze dei blocchi. Ma il Governo ha il dovere di affrontare le ragioni della protesta, ascoltare chi lavora e mettere in campo misure efficaci, verificabili e tempestive.
Non si può chiedere a un piccolo imprenditore di continuare a lavorare in perdita, consumare risparmi e mettere a rischio la propria famiglia per tenere acceso il motore della nostra economia.
Quando lavorare non basta più per vivere, il problema riguarda tutti.
Io sto dalla parte di chi si alza ogni mattina per lavorare onestamente, di chi mantiene una famiglia e di chi non chiede privilegi, ma condizioni dignitose per andare avanti.
La politica smetta di contare i blocchi e cominci a misurare la gravità del disagio.
Perché dietro ogni camion fermo c’è una persona. Dietro ogni impresa in difficoltà c’è una famiglia. E dietro ogni famiglia che perde la speranza c’è una domanda alla quale le istituzioni non possono sottrarsi: fino a quando?














Lascia un commento