53 INDAGATI, L’IPOTESI È UN “SISTEMA” CHE AVREBBE PILOTATO GARE, COMMISSIONI E AGGIUDICAZIONI. MA IL GIP FRENA SULLE MISURE CAUTELARI
Altro che libera concorrenza. Secondo la Procura di Santa Maria Capua Vetere, dietro decine di appalti pubblici si sarebbe mosso un presunto meccanismo oliato come un ingranaggio svizzero: società formalmente distinte ma, secondo gli inquirenti, riconducibili a un’unica cabina di regia, professionisti ritenuti compiacenti, commissioni di gara da orientare e una montagna di lavori pubblici da spartire.
È questa l’ipotesi investigativa che ha portato la Procura a notificare l’avviso di conclusione delle indagini a 53 persone nell’ambito di un’inchiesta che ruota attorno a appalti pubblici per oltre 70 milioni di euro, concentrati soprattutto tra Casertano e Beneventano, con ramificazioni anche in Irpinia e Molise.
Al centro dell’inchiesta, secondo la ricostruzione accusatoria tutta ancora da verificare nelle sedi processuali, ci sarebbero i fratelli imprenditori Francesco, Luigi e Ubaldo Caprio, ritenuti dagli investigatori il perno di un presunto sistema finalizzato ad aggiudicarsi il maggior numero possibile di gare pubbliche.
L’ipotesi della Procura è pesante: un cartello di imprese che avrebbe cercato di condizionare gli appalti, influenzando la composizione delle commissioni giudicatrici e, in alcuni casi, perfino la fase esecutiva delle opere. Contestazioni che spaziano dall’associazione per delinquere alla turbativa d’asta, dalla corruzione alla rivelazione di segreti d’ufficio, passando per falso, truffa, frode nelle pubbliche forniture, violazioni fiscali e irregolarità nei subappalti.
Ma attenzione: il processo è tutto da celebrare e la presunzione d’innocenza resta pienamente valida. Non a caso, sul fronte cautelare, il Giudice per le indagini preliminari ha respinto le richieste della Procura relative a circa trenta misure restrittive tra carcere, domiciliari e divieti di dimora. Una decisione impugnata davanti al Tribunale del Riesame di Napoli, che dovrà pronunciarsi.
Tra gli indagati figurano anche amministratori e funzionari pubblici. C’è Giovanni Natale, dirigente del Comune di Caserta, per una vicenda relativa alla variante di Piazza della Seta a San Leucio. Compaiono inoltre Romano Landi, dirigente del Comune di Dragoni, Luigi Fusco, responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Paupisi, e il sindaco di Paduli Domenico Vessichelli, oltre ad altri soggetti.
L’elenco degli interventi finiti sotto la lente della Procura è lungo e attraversa mezza Campania: dissesto del cimitero di Castel Campagnano, segnaletica stradale a Caserta, reti fognarie, opere ambientali, videosorveglianza nelle aree industriali dell’ASI casertana, impianti irrigui, viabilità e infrastrutture in numerosi comuni.
Secondo gli atti d’indagine, alcune gare sarebbero state accompagnate da presunte utilità illecite. Tra gli episodi contestati figurano l’ipotesi della consegna di 50 mila euro a un componente di una commissione per influenzare la valutazione tecnica di una gara a Castel Campagnano e quella di 60 mila euro che, secondo l’accusa, sarebbero stati destinati a un commissario nell’ambito di una procedura relativa alla videosorveglianza delle aree industriali casertane.
Naturalmente, saranno il contraddittorio processuale e le eventuali sentenze a stabilire se le accuse della Procura troveranno conferma oppure no.
Una cosa, però, emerge già oggi: quando un’inchiesta arriva a coinvolgere decine di persone, decine di appalti e milioni di euro di opere pubbliche, la domanda che i cittadini si pongono è inevitabile. Chi controllava i controllori? Perché ogni euro destinato a strade, fogne, sicurezza o cimiteri è denaro pubblico. E quando la magistratura ipotizza che quel denaro possa essere stato gestito con logiche diverse dalla trasparenza, a perdere non è solo un’amministrazione: è la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Ora la parola passa alle difese e ai giudici. Il resto, come sempre, non si scriverà nei comunicati, ma nelle aule di tribunale.














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