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Coronavirus, l’arrivo del caldo potrebbe aiutare a contenere l’epidemia?

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Da Wuhan a Teheran, passando per Milano, Parigi, Boston e San Francisco, ci potrebbe essere un gradiente specifico di temperatura e umidità che determina e condiziona in modo favorevole la diffusione del Covid-19.

Per ora è solo un’ipotesi che sta facendo discutere la comunità scientifica. Un gruppo di ricercatori del Institute of Human Virology Global Virus Network (GVN) Center of Excellence University of Maryland School of Medicine guidato da Mohammad Sajadi ha pubblicato un articolo su Social Science Research Network, un repository e una rivista internazionale dedicata alla rapida diffusione della ricerca accademica uno studio in cui si evidenzia che la diffusione del coronavirus sta avvenendo, su scala planetaria all’interno di una fascia che si estende da Est verso Ovest e che è compresa tra i 30 e i 50 gradi di latitudine Nord, che ha registrato in questi tre mesi condizioni meteorologiche relativamente omogenee. In particolare, i ricercatori che lavorano nell’Istituto diretto da Robert Gallo, uno dei virologi che hanno scoperto il virus dell’HIV,  hanno osservato che il coronavirus SARS-CoV-2 riesce a sostenere una sostanziale diffusione all’interno della comunità, quella cioè necessaria ad alimentare focolai infettivi, praticamente all’interno di un range di temperatura compreso tra i 5 e gli 11 gradi centigradi con un tasso di umidità compreso tra il 47 e il 79 per cento.

Questo non vuol dire che non ci siano stati casi di infezione anche in zone con condizioni meteo diverse, come per esempio ad Hong Kong dove fa molto più caldo che a Wuhan, ma che il virus in queste nuove condizioni di temperatura e umidità, non riesce a diffondersi in maniera così efficiente da sostenere un focolaio epidemico. “Secondo i modelli di diffusione epidemiologica che seguono criteri di prossimità geografica e di collegamenti significativi – spiegano i ricercatori – avremmo dovuto avere una diffusione piuttosto sostenuta del virus in tutti i paesi del Sud Est Asiatico e in particolare a Bangkok. Tuttavia, la costituzione di focolai sufficientemente sostenuti in termini di trasmissione  è avvenuta in modo coerente con il modello est e ovest. I nuovi epicentri di virus erano tutti all’incirca lungo il 30-50 o N ”zona; nella Corea del Sud, in Giappone, Iran e Italia settentrionale”.

“Dopo la comparsa inaspettata di un grande focolaio in Iran – spiegano –  abbiamo creato una prima mappa alla fine di febbraio. Da allora nuovi focolai con trasmissività significativa includono anche gli Stati Uniti nordoccidentali e la Francia. In particolare, durante lo stesso tempo, COVID-19 non è riuscito a diffondersi significativamente nei paesi immediatamente a sud della Cina. Il numero di pazienti e morti segnalati nel sud-est asiatico è molto meno rispetto alle regioni più temperate”.

Oltre ad avere temperatura, umidità e umidità medie simili profili di latitudine, queste posizioni mostrano anche una comunanza in quanto i tempi dell’epidemia coincide con un nadir nel ciclo di temperatura annuale e quindi con temperature relativamente stabili per un periodo superiore a un mese.

“Data la diffusione temporale tra aree con temperatura e latitudine simili, alcune previsioni possono in via provvisoria sulla potenziale diffusione della comunità di COVID-19 nelle prossime settimane. Utilizzando i dati della temperatura del 2019 per marzo e aprile, si potrebbe prevedere che il rischio di diffusione del virus coinvolgerà aree a Nord delle attuali aree a rischio. Queste potrebbero includere (da est a ovest) Manciuria, Asia centrale, Caucaso, Europa orientale, Europa centrale, Isole britanniche, gli Stati Uniti nord-occidentali e del Midwest e la Columbia Britannica. Tuttavia – avvertono i ricercatori – questa analisi semplificata non tiene conto dell’effetto del riscaldamento delle temperature. Il marcato calo dei casi a Wuhan potrebbe benissimo essere collegato alle corrispondenti recenti crescenti temperature”.

“Non possiamo sapere con certezza quando finirà l’emergenza Covid-19 – ha spiegato all’AGI, Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Igm) -, la speranza è che, come accade con gli altri virus, l’aumento delle temperature porti alla progressiva scomparsa del nuovo coronavirus. I virus solitamente sono più forti quando le temperature sono basse. Quando fuori ci sono dai 4° ai 10° Centigradi, ad esempio, riescono a diffondersi e a passare da un ospite all’altro più facilmente e quindi riescono a sopravvivere. È così per esempio per i virus influenzali.  Si spera quindi che con l’arrivo della primavera l’emergenza rientri fino a quasi scomparire in estate”. 

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