Il distanziamento non è «sociale» ma solo «fisico». Teniamolo a mente

Le istituzioni hanno subito proclamato il ‘distanziamento sociale’ senza accorgersi di svuotare il significato della parola ‘sociale’ che oggi si riferisce a un mondo concreto fatto di 5 milioni di volontari e di decine di migliaia di giovani in Servizio civile e di professionisti dedicati a prendersi cura delle persone.

Nei nostri territori sono presenti varie realtà impegnate nel privato-sociale – all’interno del Terzo settore – come le associazioni di promozione sociale, le cooperative sociali e le fondazioni, che fanno da collante umano ed economico tra lo Stato e il mercato.

Inoltre sappiamo che in questi giorni i ‘social media’ stanno facendo tanto per stare più vicini e abbattere le distanze.

A partire dalla cosiddetta Fase 2, sarà il momento di superare questo ritardo semantico e scientifico, datato almeno un trentennio, che mostra poca avvedutezza delle istituzioni nella narrazione degli eventi che stanno cambiando la quotidianità della nostra vita.

Mi sembrerebbe opportuno parlare dunque di ‘distanziamento fisico’ anche per favorire contemporaneamente forme di inclusione sociale per chi già è più vulnerabile. La mia storia è quella di tanti impegnati nel settore sociosanitario pubblico e privato, educatori, insegnanti, religiosi, assistenti sociali, psicologi, medici, ricercatori, insomma tantissimi professionisti e volontari attivi a tutela della salute che – già dalla metà degli anni Sessanta – si sono prodigati per promuovere e organizzare interventi nella direzione di favorire la socialità assieme all’intervento riparativo o formativo.

Abbiamo centinaia di studi in vari campi del sapere, che confermano l’influenza positiva delle relazioni interpersonali nella cura delle patologie.

Così come ‘l’inclusione sociale’ è diventata da tempo uno degli obiettivi da perseguire nel campo dell’istruzione scolastica e della formazione professionale. Da più di un mese stiamo sperimentando metodi per limitare la vicinanza ‘fisica’ tra le persone e per ridurre il rischio di trasmissione del Covid-19, ma stiamo anche sperimentando rapidamente, oltre allo smart working, tutte quelle comunità ‘social’ che stanno riunendo milioni di persone come classi di studenti, équipe di colleghi, gruppi di spiritualità, gruppi musicali, gruppi di amici e familiari. In questi giorni abbiamo visto la capacità di reagire positivamente delle persone e che il bisogno fondamentale di relazione appartiene fortemente al genere umano.

La persona esiste in quanto relazione intersoggettiva. Il teologo e filosofo dell’educazione Martin Buber affermava che «in principio è la relazione».

Da qui emerge la nostra nostalgia alla dimensione ‘fisica’ dell’incontro, che in questi giorni abbiamo dovuto lasciare da parte. Ogni giorno papa Francesco ci ricorda che ancora troppe sono le persone escluse, rimaste ai margini della società e troppe sono le fatiche di chi si è adoperato per tentare di fare uscire disabili, anziani, tossicodipendenti, migranti dall’isolamento e dai processi di esclusione o stigma. Troppo estesi i tagli ai settori sanitario, sociale, scolastico e culturale. Numerose le forme di ingiustizia e disuguaglianza economica spesso cause di malattia. Ancora troppe le guerre nel mondo.

Eppure la famosa Carta di Ottawa dell’Organizzazione mondiale della Sanità nel 1986 aveva consegnato le linee guida del nostro operare ai governi del mondo quando diceva che «le condizioni e le risorse fondamentali per la salute sono la pace, l’abitazione, l’istruzione, il cibo, un reddito, un ecosistema stabile, le risorse sostenibili, la giustizia sociale e l’equità. Il miglioramento dei livelli di salute deve essere saldamente basato su questi prerequisiti fondamentali». Il virus attacca tutti allo stesso modo, ma le conseguenze peggiori di esso stanno ricadendo sulle persone più vulnerabili e sui soggetti culturalmente ed economicamente più poveri. Questa pandemia, assieme al distanziamento necessario a combatterla, ha evidenziato le disuguaglianze esistenti e probabilmente aumenterà ancora la forbice tra privilegiati ed esclusi.

Sarebbe arrivato il tempo di invertire decisamente la rotta nelle scelte politiche, per esempio nella direzione del disarmo militare, per riposizionare quelle ingenti spese in armamenti su importanti investimenti nei settori cosiddetti ‘improduttivi’ dall’establishment economico, ma che in futuro potranno maggiormente garantire salute, pace e benessere come la sanità, il sociale, la ricerca, l’istruzione, la cultura e l’ambiente. Per i nostri figli e nipoti lavoriamo perché, nel caso di maggior distanziamento fisico, possa corrispondere un distanziamento sociale, spirituale ed economico minore di oggi. Il ‘sociale’ è patrimonio della nostra vita e della nostra salute. Cerchiamo di tutelarlo perché, come ci diceva Carlo Levi, le parole sono pietre.