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Il garantismo diventa improvvisamente di moda quando il problema bussa alla porta del campo largo.

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Melito riesce nell’impresa di trasformare anche questa campagna elettorale nell’ennesima puntata della telenovela politico-giudiziaria campana. E stavolta il cortocircuito è di quelli che fanno rumore, perché a finire nel mirino della Commissione Antimafia non sono candidati qualunque, ma due aspiranti consigliere schierate nel “campo largo” che sostiene Dominique Pellecchia, la candidata benedetta dal centrosinistra e soprattutto dai sacerdoti della moralità griffata 5 Stelle.

Già, perché mentre Roberto Fico sbarcava a Melito qualche giorno fa dispensando il solito campionario pentastellato fatto di legalità, rigore e superiorità etica, nelle liste che sostengono la sua candidata comparivano due nomi inseriti nell’elenco degli “impresentabili” pubblicato dalla Commissione Antimafia. Un tempismo perfetto, quasi chirurgico: nemmeno il tempo di scendere dal palco e la retorica giustizialista si è trasformata in un gigantesco autogol politico.

Le protagoniste della grana sono Anna Ranucci, candidata nella lista “Un Patto per Melito”, e Lucia Roma, schierata con “Centro Democratici Uniti”. La prima è stata rinviata a giudizio per accesso abusivo a sistema informatico, la seconda condannata ad Ancona a un anno e due mesi per tentata estorsione. Eppure entrambe trovano serenamente posto nel perimetro politico che fa capo proprio a quell’universo progressista che da anni impartisce lezioni di morale al resto del Paese.

Il dettaglio che rende la vicenda ancora più gustosa è che le liste coinvolte orbitano attorno a pezzi pesanti dell’area vicina a Fico: nella lista della Ranucci compare infatti anche la nipote del consigliere regionale Nino Simeone, fedelissimo del governatore campano. Mentre “Centro Democratici Uniti” fa riferimento al consigliere regionale Giovanni Mensorio, altro sostenitore dell’ex presidente della Camera.

Insomma, non proprio un incidente di percorso capitato per sbaglio in una lista civetta di periferia.

E infatti, forse annusando l’aria pesante, i big del centrosinistra napoletano si sono guardati bene dal mettere piede a Melito. Persino Mario Casillo, che certo non sviene davanti a qualche imbarazzo giudiziario, è rimasto prudentemente a distanza di sicurezza. Solo Fico ci ha messo la faccia. E ora fare la vittima del “doppiopesismo” diventa complicato.

Perché il punto politico è tutto qui: se per anni hai costruito la tua identità sulla caccia agli impresentabili, sui comizi contro “ladri e impresentabili”, sulle liste di proscrizione morale e sull’idea che bastasse un avviso di garanzia per trasformare un avversario nel male assoluto, allora non puoi cavartela con il classico “nessuna condanna definitiva”.

Troppo comodo.

Se in una lista del centrodestra fossero spuntati una candidata condannata per tentata estorsione e un’altra rinviata a giudizio per accesso abusivo a sistema informatico, dal palco sarebbe partito il solito sermone contro “i maneggioni”, “la vecchia politica” e “gli impresentabili”. Con annessi hashtag indignati e processi mediatici in tempo reale.

E invece a Melito scopriamo che il garantismo diventa improvvisamente di moda quando il problema bussa alla porta del campo largo.

Sia chiaro: sul piano giudiziario vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma qui il nodo non è penale, è politico e morale. Proprio quella morale trasformata dai 5 Stelle in religione civile e manganello propagandistico contro chiunque non appartenesse alla loro parrocchia.

Perché chiedere solo il casellario giudiziale e ignorare i carichi pendenti è il vecchio trucco della politica che il grillismo giurava di voler spazzare via. Salvo poi riscoprirlo utile quando gli “impresentabili” siedono dalla parte giusta del palco.

Guerriero non solo a Caserta ‘osserva’ e anche questa volta ci contatta e  non usa mezzi termini e affonda il colpo sulla vicenda che sta infiammando la campagna elettorale di Melito.

“Per il Movimento 5 Stelle e per il governatore Fico la questione morale sembra valere solo quando riguarda gli altri. Qui invece parliamo di due candidate del campo largo inserite nell’elenco degli impresentabili della Commissione Antimafia, e la risposta è il silenzio o la minimizzazione”.

Il candidato sindaco di Caserta  del fronte avverso rincara la dose, puntando il dito contro quella che definisce una contraddizione politica evidente:

“Per anni hanno costruito consenso sulla superiorità etica, sulle lezioni di legalità impartite a tutti. Oggi, davanti a fatti che li riguardano direttamente, improvvisamente tutto si riduce a una questione secondaria. Ma i cittadini non hanno l’anello al naso”.

E conclude:

“Melito merita coerenza, non slogan. La credibilità non si predica nei comizi: si dimostra nelle liste”.

“Questa vicenda certifica il fallimento morale di un certo modo di fare politica. Per anni abbiamo assistito a comizi, prediche e lezioni di etica pubblica da parte di chi oggi si ritrova a dover spiegare la presenza di candidate finite nell’elenco degli impresentabili della Commissione Antimafia. E il problema non è giudiziario, perché la presunzione di innocenza vale per tutti, sempre. Il problema è politico.

Non si può costruire una carriera sulla demonizzazione degli avversari e poi rifugiarsi improvvisamente nel garantismo quando le contraddizioni esplodono dentro casa propria. I cittadini non sono stupidi e vedono benissimo questa doppia morale.

Noi abbiamo scelto una strada diversa: trasparenza, coerenza e rispetto delle istituzioni. Melito non può più essere ostaggio di operazioni di facciata, slogan morali usati a convenienza e alleanze costruite solo per vincere le elezioni. Serve una politica pulita nei comportamenti prima ancora che nei manifesti elettorali.

Chi ha trasformato la legalità in propaganda oggi dovrebbe almeno avere il coraggio del silenzio.” – l’aspirante sindaco Guerriero.

 
   
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