La fontana della prefettura, durante la manifestazione trasformata in lavatoio

CASERTA – Ennesima protesta di migranti davanti alla Prefettura, con  striscioni e slogan urlati, lamentavano la solita  violazione dei loro diritti, questa volta in riferimento a presunti ritardi nella definizione delle proprie pratiche di immigrazione. Fa riflettere il fatto che gli immigrati che, clandestini, giungono in Italia, mentre imparano immediatamente che hanno dei diritti, sembra che…

CASERTA – Ennesima protesta di migranti davanti alla Prefettura, con  striscioni e slogan urlati, lamentavano la solita  violazione dei loro diritti, questa volta in riferimento a presunti ritardi nella definizione delle proprie pratiche di immigrazione. Fa riflettere il fatto che gli immigrati che, clandestini, giungono in Italia, mentre imparano immediatamente che hanno dei diritti, sembra che non sappiano che hanno, accanto a questi, anche dei doveri. E doveri morali, prima che giuridici. Innanzi tutto quello naturale di non abusare della ospitalità che ricevono, ripagandola con disordini e manifestazioni di irriconoscenza.

Com’è risaputo, in Italia, quella degli stranieri è materia incandescente per il suo alto grado di politicità, indotto dal partito terzomondista che, rappresentato trasversalmente nel campo delle sinistre e nel campo cattolico, se potesse farebbe venire tutta l’Africa nel nostro Paese.

A segno che le cose oramai, dal punto di vista della disciplina giuridica, delle competenze, delle prassi e persino delle remore istituzionali, frutto di esasperati compromessi, sono talmente ingarbugliate che ove mai le sommosse locali a cui quotidianamente danno vita gli stranieri prendessero, per un qualsiasi pretesto – Dio ce ne scansi e liberi – una dimensione nazionale – concertata o per mera emulazione contagiosa – neppure il presidente del consiglio dei ministri saprebbe che pesci pigliare. Ma si può dare per certo che non si mancherebbe di accusarlo, in questa nostra Repubblica giudiziaria, di crimini contro l’umanità o di chissà quale altro misfatto di diritto creativo, se solo tentasse un principio di difesa.

Tuttavia quello che sconcerta maggiormente e che fa a pugni con la realtà è il fatto che persone che nelle premesse scappano dalla guerra e dalla carestia e che qui sono accolte, sfamate, curate e assistite  ammettiamo, anche talvolta male , possano lamentarsi proprio di ciò che si lamentano, cioè della qualità del cibo, che prima non avevano, o delle condizioni di vita o della qualità dei servizi che prima si potevano solo sognare. E di non mostrare nessuno spirito di adattamento, in una situazione tendenzialmente provvisoria.

C’è all’evidenza, in questo, qualcosa che non quadra.

Ma basta divagare e torniamo a noi ed alla vicenda casertana. A proposito della quale viene spontanea una domanda. Ma delle tante associazioni, autenticamente umanitarie o che rimestano nel torbido, che ruotano attorno a questo universo, dei tanti mediatori culturali che vengono pagati con soldi pubblici in favore di esso, non c’è nessuno che faccia capire a questi stranieri quanto, per un elementare principio di ragione, sarebbero tenuti a capire. E non crediamo che li considerino involuti al punto di difettare della comprensione.

Che, ad esempio, i ritardi burocratici che essi lamentano per loro sono gli stessi che subiscono gli italiani, costretti ad attendere una sentenza civile o una amministrativa anche oltre i 5 anni. Che il ritardo che denunciano nell’adozione dei provvedimenti di asilo da parte delle commissioni territoriali a tanto preposte è causa del loro stesso male. I dati ufficiali indicano, crudemente, che oltre il 60 per cento degli stranieri che chiedono il riconoscimento dello status di rifugiati non lo otterranno per mancanza dei requisiti necessari, già piuttosto larghi. E’ questa massa preponderante di stranieri che non ha titolo all’asilo che ingolfa, dunque, le commissioni esaminatrici a discapito della lunghezza delle procedure.

Senza alimentare speranze infondate, nessuno dice a questi di andarsene dall’Italia, senza attendere anni e lamentandosene, perché, nella loro situazione, non hanno speranza di potervi restare?

Non parliamo dell’integrazione ai nostri costumi sociali ed alla nostra cultura. L’irrispettosità di essi è la norma, senza che nessuno di quelli che sono loro più vicini si attenti a correggerli o a moderarli. A parte le manifestazioni illegali e delittuose in cui oggettivamente largheggiano (nel nostro scenario urbano, gli ambulanti abusivi, gli aggressivi lavatori dei parabrezza ai semafori, la guida di macchine sgangherate senza patente e senza assicurazione sono una costante, per non parlare dello spaccio delle droghe) c’è tutta una serie di comportamenti per noi – che già non  brilliamo di civismo – sconvenienti, dai quali non si astengono per niente, in nome di una supposta libertà che nei loro paesi non hanno, ma che qui gli si fa credere totale e negata loro, come tale, solo da chi non può essere che uno xenofobo, gli verrà evidentemente detto.

Giustappunto, con questi convincimenti, durante la manifestazione casertana dalla quale abbiamo preso le mosse ecco che cosa accadeva, come vi documentiamo in alcune foto.

       

 

Tralasciate le urla e l’assiepamento scomposto di piazza Vanvitelli, con gente stravaccata sui marciapiedi e nei giardini ed i rifiuti abbandonati ovunque, l’aiuola ornamentale di piazza della Prefettura, che sarebbe vietato calpestare, era usata per la qualsiasi.

Un paio di donne stazionavano telefonando presso la vasca, mentre un uomo, prelevava dell’acqua con una bottiglia, si metteva a lavare alcune cose sue. Un altro gruppetto si tratteneva in bella conversazione, mai moderata, naturalmente. Poi altri tre, sistemate delle capienti buste, si inginocchiavano per pregare alla maniera musulmana.

E tutti agivano in tranquilla libertà, sapendo di non dover dare conto a nessuno ed ancor più che sapendo che qui, nessuno glielo avrebbe chiesto.

Né i tutori dell’ordine, lì presenti in abbondanza, né quel casertano che qualche tempo fa denunciò il vescovo per il suono delle campane. Le forze di polizia perché da tempo intimorite dalle facili accuse di torturatori e di violenti che ricevono ogni volta che si muovono, le persone comuni per la rassegnazione all’ideologia immigratoria, che affibbia l’etichetta di razzista a chiunque provi a sollevare un minimo di obiezione contro questa situazione di sostanziale anarchia.

I ricorrenti tumulti a cui questi stranieri si abbandonano, facendo cose che un italiano non si sognerebbe ed a cui assistiamo sostanzialmente inerti nell’intero Paese, sono la classica brace che cova sotto la cenere e c’è solo da sperare in bene. Così come si sono dovuti accorgere in Francia, dove nella capitale, secondo il reportage di Stefano Montefiori sulle pagine del Corriere della Sera di ieri, sono quotidiane le violenze e le minacce nelle periferie contro la comunità degli ebrei, 60mila dei quali sono stati costretti, negli ultimi anni, a trasferirsi in località più sicure.

Ed il caso di Castel Volturno, più vicino a noi, sta lì ad ammonimento della sostanziale resa delle nostre istituzioni pubbliche preposte al governo del territorio, che pensano di attuare l’integrazione degli stranieri clandestini presenti in quel territorio sconoscendone persino il loro reale numero (si parla di 5 volte il dato ufficiale dei censiti). La politica dei pannicelli caldi che si è seguita sinora sul punto è servita solo ad esasperare le cose, mentre la prima misura concreta occorrente sarebbe quella di espellere gli stranieri irregolari, anche a tutela di quelli regolari. La vicinanza dell’aeroporto militare di Grazzanise sarebbe strategica ai fini dei necessari e speditivi rimpatri.

 

Come sia possibile non vedere queste cose resta un mistero.

In un quadro così, le passerelle dell’altro giorno di Matteo Renzi e di Domenico Luca Marco Minniti non fanno né caldo né freddo a nessuno.

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