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La giustizia non è un’opinione.

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 Matteo Salvini è atteso dalla Procura di Catania il 4 luglio.

L’emergenza Covid-19 in Italia ha paralizzato la giustizia ma non l’azione dei pm, che ad aprile, in piena pandemia, hanno accelerato sul processo all’ex ministro dell’Interno, accusato di sequestro di persona per aver salvato, ma tenuto fermi in porto a bordo della nave Gregoretti della Guardia Costiera, 130 migranti la scorsa estate.

La sentenza fino a un paio di giorni fa era già scritta: il processo ha natura politica prima che penale e in primo grado la condanna sarebbe stata più che una probabilità. Il diavolo tuttavia fa le pentole ma non i coperchi e alcune intercettazioni di dialoghi compromettenti tra magistrati hanno reso evidente quel che era noto a tutti ma fino a pochi giorni fa indicibile.

Tanto nel caso Gregoretti, per cui il leader della Lega andrà alla sbarra a luglio, quanto nell’analogo caso Diciotti, al quale i due magistrati si riferiscono, l’ex ministro dell’Interno non ha commesso reati.

Egli ha agito nell’interesse dello Stato italiano e delle sue leggi e viene perseguito giudiziariamente solo perché il partito dei giudici lo ritiene un rivale politico della sinistra e quindi di tutti i magistrati politicizzati.

A dirlo sono un procuratore capo e l’ex presidente dei magistrati, non due sbarbati in toga che hanno appena passato l’esame.

I due, nella loro conversazione privata, esprimono due giudizi. Il primo è politico: Salvini va attaccato anche se ha ragione perché è una merda. Il secondo è tecnico: il leghista sta difendendo i confini da invasori illegali, la legge è dalla sua parte e lo è anche il popolo; noi magistrati che lo mettiamo alla sbarra siamo indifendibili.

I due giudizi La parte politica del discorso, pronunciata da due magistrati così potenti e autorevoli, gente che decide chi indagare e chi no, legittima il sospetto che ci sia un asse tra la sinistra e la parte più politicizzata della magistratura per far fuori il leader del primo partito italiano. Proprio come avvenne con Berlusconi e, ancora prima, con Dc e Psi.

Questo scredita l’inchiesta contro l’ex ministro, peraltro già destituita di ogni credibilità dal fatto che il Parlamento, quando il leghista era al governo, votò contro il processo per l’analoga vicenda Diciotti, per la quale la Procura in prima istanza aveva chiesto l’archiviazione, prima che toghe più potenti ribaltassero la decisione scegliendo di processare.

Siamo alla prova scritta del complotto anti-Salvini orchestrato dalla sinistra e attuato dal suo braccio armato giudiziario. La parte tecnica del discorso è altrettanto fondamentale. Siamo in presenza di due autorità del diritto che affermano che il reato non esiste e che trattano la vicenda con le stesse parole che Salvini usa per difendersi: ho agito da ministro nell’interesse dello Stato.

Un assist La giustizia ha perso ogni vergogna, ma sarebbe davvero stupefacente se, alla luce di queste carte, la storia si concludesse con una condanna di Salvini. È vero che i magistrati intercettati non sono quelli che giudicheranno la vicenda.

Però in un Paese libero e civile, con un diritto che funziona, un fatto acclarato e sul quale non ci sono dubbi dovrebbe essere valutato alla stessa maniera da qualsiasi toga, perché la giustizia non è un’opinione. La legge si può interpretare, ma non usare per i propri scopi politici. Se un comportamento non è reato per le massime autorità del diritto, non lo può diventare se lo attua un rivale politico.

La divulgazione delle intercettazioni tra toghe è un assist per Salvini, che se ne è lamentato con Mattarella, capo dei magistrati.

Il Quirinale non ha risposto ufficialmente, perché l’inevitabile condanna presidenziale del comportamento dei giudici sarebbe stato l’anticipo di un verdetto di assoluzione e avrebbe interferito con le indagini. Però appare evidente che ora alle toghe converrebbe chiudere il caso con tante scuse all’ex ministro.

Questione di diritto, opportunità e immagine, perché d’ora in poi ogni udienza di questo strampalato processo ricorderà agli italiani il marcio in cui alcuni magistrati agiscono.

 

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