A Caserta arriva la doccia gelata del TAR del Lazio. I giudici della Prima Sezione, presieduta da Roberto Politi, hanno respinto il ricorso dell’ex sindaco Carlo Marino, confermando lo scioglimento del Comune per infiltrazioni camorristiche deciso dal Ministero dell’Interno. Tradotto dal linguaggio paludato delle sentenze: gli indizi sono più che sufficienti per parlare di amministrazione compromessa.
Il cuore della decisione è nero su bianco: “seri elementi indiziari” che dimostrerebbero una distorsione dell’azione amministrativa a vantaggio degli interessi criminali. Non serve – spiegano i giudici – che il sindaco sia formalmente imputato in un processo penale: basta che imprese riconducibili ai clan abbiano ottenuto una raffica di affidamenti pubblici.
E qui il quadro diventa pesante.
Secondo la ricostruzione, voti sospetti, appalti a soggetti controindicati e dirigenti chiave sotto indagine avrebbero creato un sistema dove la linea di confine tra amministrazione e ambienti criminali si sarebbe fatta sempre più sottile.
Tra i capitoli più delicati c’è quello delle elezioni comunali del 2021, con il presunto sostegno di ambienti vicini al clan Belforte a candidati poi eletti nella maggioranza di Marino. Non solo: intercettazioni, fotografie dei festeggiamenti e testimonianze avrebbero mostrato la presenza di personaggi legati alla criminalità organizzata nel perimetro politico della vittoria elettorale.
Poi c’è la partita degli appalti pubblici, che secondo la relazione prefettizia avrebbe riguardato settori chiave della città: rifiuti, parcheggi, servizi sociali e lavori pubblici. In alcuni casi, sostengono i giudici, gli affidamenti sarebbero finiti nelle mani di operatori economici considerati contigui ai clan dei Casalesi.
E non manca il capitolo più imbarazzante: quello della strada tra via Volta e via Carcas, affidata a una società poi finita nell’orbita di imprenditori collegati alla famiglia Licenza, legata al boss dei Casalesi Michele Zagaria. Un passaggio che, secondo i giudici, l’amministrazione non poteva non conoscere.
Il TAR è netto anche su un altro punto: il fatto che non sia stata rinnovata la comunicazione antimafia per alcune imprese coinvolte sarebbe un segnale chiaro di disattenzione – o peggio – verso i meccanismi di prevenzione antimafia.
Morale della favola: per i giudici gli indizi vanno letti tutti insieme, e il quadro complessivo è sufficiente per ritenere plausibile l’esistenza di collegamenti diretti o indiretti tra amministratori locali e ambienti mafiosi.
A Caserta, dunque, la sentenza del TAR suona come un macigno politico: il ricorso dell’ex sindaco cade e resta in piedi la decisione dello Stato di sciogliere il Comune per rischio di infiltrazioni camorristiche.
Una vicenda che ora pesa come un’ombra lunga sulla politica cittadina. E che riaccende la domanda che molti si fanno sotto i portici della città: quanto in profondità è arrivata davvero la camorra nei palazzi del potere?















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