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SERVIZI SOCIALI, TUTTI PARLANO DI SOLIDARIETÀ, MA CHI HA FAME NON MANGIA I COMUNICATI

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Esiste un settore che, se funzionasse davvero come raccontano i manuali universitari e i programmi elettorali, sarebbe il cuore pulsante di una città civile: i Servizi Sociali.

Sulla carta sono il pronto soccorso della dignità. Dovrebbero sostenere chi perde il lavoro, aiutare le famiglie in difficoltà, proteggere minori e anziani, assistere le persone con disabilità, affrontare emergenze abitative, violenza domestica, emarginazione, inclusione e povertà. In poche parole, il termometro della qualità di un’amministrazione.

Poi c’è la realtà.

Una realtà che troppo spesso racconta di cittadini costretti a rincorrere risposte, di fragilità che diventano invisibili e di bisogni che aspettano più della politica. Perché mentre nei convegni si parla di “presa in carico”, “reti territoriali” e “progettualità condivise”, c’è chi aspetta ancora una mano concreta.

La verità è semplice e scomoda: una città non si misura dalle conferenze stampa, dalle inaugurazioni con il nastro o dai rendering diffusi sui social. Si misura da come tratta chi è rimasto indietro.

E allora viene spontanea una domanda: che senso hanno le passerelle elettorali se, a pochi metri dal palco, c’è ancora qualcuno che chiede ascolto, un pasto, un tetto o semplicemente di non essere lasciato solo?

La politica locale è abilissima nel cambiare slogan a ogni campagna elettorale. “Rinascita”, “svolta”, “cambiamento”, “rivoluzione”. Le parole si aggiornano, i manifesti cambiano colore, gli hashtag si moltiplicano. Ma le emergenze sociali non si cancellano con un post su Facebook né con un selfie in prima fila.

Prima di contenderci  la fascia tricolore, forse varrebbe la pena fare un giro lontano dai riflettori. Entrare nei quartieri dove i problemi non finiscono con la chiusura del comizio. Ascoltare chi vive il disagio senza telecamere. Guardare oltre le statistiche e oltre le finestre dei palazzi istituzionali.

Perché una comunità non diventa migliore quando i politici pronunciano il discorso più emozionante. Diventa migliore quando chi è più fragile smette di sentirsi invisibile.

Il resto è spesso rumore di fondo: applausi, slogan e promesse che durano il tempo di una campagna elettorale. La povertà, invece, non va in vacanza. E nemmeno la dignità di chi aspetta risposte.

L’INTERVISTA  A  EMILIANO CASALE

 
   
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