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SUPERSTRADA DELLA REGGIA, TRE ANNI DOPO: UNA VITA SPEZZATA, UNA SENTENZA CHE ACUTIZZA IL DOLORE

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Tre anni passano sul calendario. Per la famiglia DONGU, però, il tempo si è fermato.

La sentenza del rito abbreviato riporta tutto al punto di partenza: Marco Dongu non c’è più, mentre il verdetto – due anni di reclusione con pena sospesa e un anno di sospensione della patente – acutizza il dolore di chi continua a chiedere una risposta che ritiene ancora incompleta.

Per il tribunale si chiude un grado di giudizio.

Per i familiari, invece, si riapre una ferita che non si è mai rimarginata.

Secondo la ricostruzione accolta nel procedimento, l’incidente si verificò dopo un’inversione di marcia effettuata da un’auto della Polizia di Stato in un tratto dove la manovra era vietata. Sempre secondo quanto emerso nel processo, non vi sarebbero state emergenze operative o inseguimenti tali da rendere necessaria quella scelta.

È proprio questo il nodo che continua a pesare nella memoria della famiglia: la convinzione che quella morte non fosse un destino inevitabile, ma una tragedia che avrebbe potuto essere evitata.

La sentenza ha accertato responsabilità penali, ma il punto di vista dei familiari resta immutato: la pena inflitta non appare proporzionata all’irreversibilità della perdita subita.

La domanda che continua a riecheggiare non riguarda soltanto questo processo.

Quanto vale una vita?

È una domanda che supera il singolo fascicolo giudiziario e arriva fino al rapporto tra cittadini, istituzioni e responsabilità pubbliche.

Quando in un procedimento sono coinvolti appartenenti alle forze dell’ordine, ogni decisione giudiziaria viene inevitabilmente osservata con particolare attenzione. Non per mettere in discussione il ruolo essenziale delle istituzioni, ma perché proprio chi rappresenta lo Stato è chiamato a operare nel rispetto delle regole e della massima prudenza.

Per la famiglia di Marco la vicenda non finisce con una sentenza.

Finisce soltanto quando il ricordo di una persona viene sostituito dal numero di un fascicolo.

Ed è proprio questo che i suoi cari dicono di non voler permettere.

Perché dietro ogni dispositivo letto in aula resta una sedia vuota, una famiglia spezzata e una domanda che nessuna sentenza potrà cancellare: quanto vale davvero una vita?

 
   
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