l centrosinistra casertano apre il tavolo alla città. Talmente aperto che la porta era chiusa. E per entrare, a quanto pare, serviva quasi un referendum.
CASERTA — Ah, la discontinuità.
Parola nobile, elegante, progressista. Da comunicato stampa.
Peccato che, a volte, la discontinuità sbatta contro una porta.
E precisamente contro quella della sede del Movimento 5 Stelle di via San Carlo, dove questa sera si è riunito il Campo Largo casertano.
Una riunione che, nelle intenzioni dichiarate, avrebbe dovuto rappresentare un primo passo verso un nuovo modo di fare politica.
Più aperto.
Più trasparente.
Più partecipato.
Insomma: la città al centro.
Peccato per un piccolo dettaglio: la porta era chiusa.
E non è un modo di dire…

Solo poche ore prima, o comunque alla vigilia dell’incontro, era arrivato l’appello di Caserta Coraggiosa:
“Apriamo il tavolo del campo progressista alla città”.
Addirittura era stata proposta la diretta streaming.
La tecnologia, evidentemente, avrebbe dovuto abbattere le distanze tra la stanza della politica e i cittadini.
Idea condivisibile.
Talmente condivisibile che uno potrebbe pensare: bene, allora stasera si entra, si ascolta, si racconta.
Macché.
Via San Carlo.
Sede M5S.
Riunione.
Porta chiusa.
Io, personalmente, sono arrivato lì da cittadino casertano e da giornalista.
Non con la troupe di Sky.
Non con un manipolo di telecamere.
Non con un’irruzione.
Semplicemente per capire chi stesse discutendo del futuro politico della città.
E sono rimasto fuori.
IL “CHECK-IN” DEL CAMPO LARGO
A un certo punto esce una persona dalla sede.
Si parla.
Una domanda semplicissima:
quali partiti e movimenti sono presenti alla riunione?
Niente intercettazioni.
Niente microfoni nascosti.
Niente domande sulle password dei gruppi WhatsApp.
Solo una domanda da cronaca politica.
Anche perché, diciamolo, se una riunione riguarda il futuro amministrativo di Caserta, sapere chi c’è dentro quella stanza non dovrebbe essere classificato come materiale riservato.
Nel frattempo, fuori, il cronista aspetta.
E aspetta.
E aspetta.
Con una certezza: la porta è ancora chiusa.
POI ARRIVA LA FRASE CHE FA SORRIDERE
Durante quei minuti arriva anche un commento che, francamente, sembrava provenire da un’altra riunione.
Una voce, dall’interno, avrebbe detto:
«Fate entrare il giornalista, perché la gente deve giustamente sapere di cosa stiamo parlando».
Perfetto.
Applausi.
Finalmente la linea della trasparenza.
Solo che la porta non si apre.
E il giornalista resta fuori.
La democrazia partecipativa, evidentemente, aveva bisogno di qualche minuto per fare il collegamento.
“ADESSO VEDIAMO”
Successivamente viene chiesto ad un esponente di rilievo del Campo Largo se fosse possibile entrare per realizzare una breve ripresa.
Risposta:
«Non lo so, adesso vediamo».
“Adesso vediamo”.
Una formula che nella politica italiana può significare tutto.
E soprattutto può significare: aspettate fuori.
IL COLPO DI SCENA
Poi arriva un collega.
È lì per motivi professionali legati alle fotografie.
Entra.
Io mi accodo.
E qui arriva il momento quasi surreale.
Non faccio neppure in tempo a dire:
«Guardate, voglio fare soltanto una breve ripresa».
Che un rappresentante di un movimento propone addirittura di mettere ai voti la presenza mia e quella di eventuali altri giornalisti.
Un referendum interno.
Sul giornalista.
Mancava soltanto la scheda elettorale.
E magari anche la commissione verifica poteri.
Alla fine spiego tranquillamente cosa devo fare.
Mi consentono di effettuare la ripresa.
Saluto.
E me ne vado.
Nessun incidente.
Nessuna rissa.
Nessun dramma.
Ma una domanda resta.
MA QUESTA È LA DISCONTINUITÀ?
Perché il problema non è che una riunione politica debba per forza essere aperta al pubblico.
Nessuna norma impone che ogni confronto interno diventi una diretta televisiva.
Il punto è un altro.
Se dici “apriamo alla città”, poi devi spiegare perché la città trova una porta chiusa.
Se dici “trasparenza”, poi non puoi stupirti se qualcuno fa una domanda.
Se dici “discontinuità”, poi devi dimostrare che il metodo è davvero diverso da quello che hai contestato per anni.
Altrimenti la parola rischia di rimanere lì.
Bella.
Lucidata.
Pronta per il prossimo comunicato stampa.
E COSA CI SAREBBE DIETRO QUELLA PORTA?
Attenzione.
Non abbiamo elementi per parlare di segreti.
Non sappiamo cosa sia stato detto nella stanza.
Non sappiamo se siano state prese decisioni importanti.
Non sappiamo se ci fossero semplicemente questioni organizzative.
Quindi nessun processo alle intenzioni.
Ma una domanda politica è perfettamente legittima:
se il Campo Largo vuole costruire una proposta per la città, perché la città deve aspettare fuori?
E soprattutto:
che senso ha parlare di partecipazione se persino un giornalista deve prima superare il “vaglio” della stanza?
LA DISCONTINUITÀ PASSA DALLA PORTA
Il Campo Largo parla di “discontinuità con il passato”.
Bene.
La discontinuità, però, non è una parola ornamentale.
Non è il fiocco da mettere sul comunicato.
Non è una frase da conferenza stampa.
È un metodo.
E il metodo si vede nelle cose apparentemente piccole.
Anche in una porta.
Una porta può essere aperta.
Può essere chiusa.
Oppure può essere aperta soltanto dopo una votazione.
Questa sera, almeno per un po’, era chiusa.
E ALLORA LE DOMANDE RESTANO
1. Perché si annuncia pubblicamente un tavolo “aperto alla città” e poi un giornalista deve rimanere fuori?
2. Perché non consentire semplicemente alla stampa di assistere, se l’obiettivo dichiarato è la trasparenza?
3. Se si parla di “discontinuità”, perché non partire proprio dal metodo?
4. Perché il tavolo provinciale aveva previsto una partecipazione più ampia, mentre quello cittadino di Caserta ha mostrato un atteggiamento decisamente più prudente nei confronti della stampa?
Sono incontri diversi?
Certamente.
Ci sono esigenze organizzative diverse?
Possibile.
Ma allora basta dirlo.
Perché la trasparenza non pretende necessariamente porte sempre spalancate. Pretende, almeno, che le regole siano chiare.
LA PICCOLA POSTILLA CHE DIVENTA UNA LEZIONE
E poi c’è una nostra correzione.
Nel video relativo alla riunione non abbiamo citato Avanti PSI, che era invece presente.
È stata una nostra omissione.
Non voluta.
E proprio per questo la segnaliamo.
Ci scusiamo con Avanti PSI e con i lettori.
Perché la trasparenza che chiediamo agli altri deve valere innanzitutto per noi.
EPILOGO
Il Campo Largo è appena partito.
Deve ancora definire programmi, perimetro politico, candidature e soprattutto il rapporto con una città che dovrebbe essere chiamata a decidere il proprio futuro amministrativo.
Nessuno pretende di entrare in una riunione privata con il megafono.
Ma se il messaggio politico è:
“Apriamo alla città”
la risposta della città potrebbe essere molto semplice:
“Benissimo. Aprite la porta”.
Perché altrimenti il rischio è che la tanto annunciata discontinuità cominci con un dettaglio piuttosto curioso:
un nuovo Campo Largo, con una vecchia abitudine.
La politica dentro.
La città fuori.
E il giornalista?
Ad aspettare. Al vento.















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