Sul Centro per il rimpatrio che il governo vuole realizzare a Castel Volturno si alza il livello dello scontro politico. E a usare toni tutt’altro che diplomatici è Ciro Guerriero, candidato sindaco della città, che entra nel dibattito con un intervento durissimo e senza giri di parole. Stile: poco politicamente corretto, molto “pane al pane”.
Il punto di partenza è chiaro: non c’è nessun rifiuto ideologico dei Cpr. Anzi. Guerriero lo dice esplicitamente: l’Italia, per posizione geografica, è diventata un gigantesco hub dell’immigrazione irregolare, lasciata sola da un’Europa che predica accoglienza ma poi chiude le frontiere e scarica tutto sul nostro Paese.
Francia, Svizzera, Austria, Croazia e compagnia cantante – il ragionamento – alzano le barriere e si godono il vantaggio di avere l’Italia come primo approdo, una specie di enorme valvola di sfogo delle tensioni migratorie. Risultato: noi gestiamo l’emergenza, loro selezionano con calma chi far entrare.
In questo scenario, sostiene Guerriero, misure straordinarie diventano inevitabili, anche se imperfette. I Cpr, spiega, non sono la soluzione, ma oggi rappresentano l’unico strumento che permette di rendere concreti i rimpatri degli immigrati irregolari. Senza quei centri, dice in sostanza, le espulsioni resterebbero solo sulla carta.
E qui arriva la stilettata alla propaganda politica:
«Ormai – osserva – basta pronunciare l’acronimo Cpr e subito qualcuno grida al lager». Una rappresentazione ideologica che, secondo lui, non aiuta a capire il problema reale.
Ma – ed è qui che cambia il tono – il sì ai Cpr non significa accettare qualsiasi scelta del governo. Anzi.
Il nodo Castel Volturno
Guerriero entra nel merito della decisione di collocare il centro nell’area “Parco umido La Piana” e non usa mezze misure:
«Chiamiamolo con il suo nome: è un luogo di detenzione. Non giriamoci intorno».
Il problema, secondo il candidato sindaco, non è solo pratico ma simbolico. Castel Volturno, spiega, porta sulle spalle trent’anni di narrazioni negative, diventando nell’immaginario collettivo nazionale una sorta di porto franco della criminalità legata all’immigrazione.
Una rappresentazione parziale e spesso ingiusta, ma alimentata negli anni da cronaca nera, operazioni di polizia e degrado urbano. Il risultato è che il nome della città è diventato un paradigma mediatico del caos e dell’abbandono.
E allora la domanda che Guerriero pone è semplice:
se lo Stato costruisce proprio qui un Cpr, non rischia forse di rafforzare esattamente quell’immagine?
La reputazione di un territorio
Il ragionamento è quasi paradossale. Il centro previsto potrebbe ospitare circa 120 persone, mentre – dice Guerriero con una punta di sarcasmo – «basterebbe fare un chilometro lungo la Domiziana per incontrarne il triplo».
Tradotto: il problema reale non è il numero di posti nel centro, ma il segnale politico e simbolico che si manda.
Castel Volturno, ricorda Guerriero, non è sempre stata la terra di nessuno raccontata oggi. Negli anni Settanta era una delle località balneari più eleganti del Sud, con turismo e scenari naturali da cartolina.
Poi sono arrivati decenni di scelte politiche sbagliate e di ritirata dello Stato, che di fatto ha lasciato il territorio a sé stesso.
«Il messaggio che è passato negli anni – denuncia – è stato: fate quello che volete, ma fatelo qui».
“Una pietra tombale sull’immagine della città”
Per questo Guerriero giudica poco lungimirante la decisione del governo, e in particolare del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, di collocare proprio qui il nuovo centro.
Secondo lui, un Cpr rischia di diventare una pietra tombale sull’immagine di Castel Volturno, proprio mentre la città avrebbe bisogno del contrario: investimenti, progetti e segnali capaci di cambiare la percezione esterna.
Negli ultimi vent’anni, sottolinea, l’unica vera inversione narrativa è arrivata dal Napoli Calcio, che con il centro sportivo ha costretto media e televisioni a citare Castel Volturno per motivi sportivi e non solo per fatti di cronaca.
Un piccolo spiraglio, insomma.
Per Guerriero, la sfida è ribaltare definitivamente quella narrazione, non consolidarla.
Ecco perché la sua conclusione è netta:
i Cpr possono anche essere un male necessario, ma piazzarne uno proprio qui non è né una scelta lungimirante né un gesto di attenzione verso un territorio che prova da anni a scrollarsi di dosso il marchio dell’abbandono.














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