Il saluto fascista è reato, no alla «lieve entità»

Sì alla condanna per chi esegue il ”saluto romano” una “manifestazione esteriore tipica di un’organizzazione politica perseguente finalità vietate (ossia quella fascista ndr)” dalla legge Reale-Mancino, alla quale non può essere applicata la “non punibilità per particolare tenuità del fatto”.

La Cassazione, con la sentenza 21409, ha così confermato la condanna per Gabriele Leccisi, avvocato neomissino milanese “nostalgico” del regime che, l’8 maggio 2013, a Palazzo Marino, durante una seduta pubblica della Commissione congiunta del Consiglio comunale di Milano su sicurezza e coesione sociale dedicata al dibattito sul ‘Piano Rom’, aveva fatto il ”saluto romano“. L’imputato era stato organizzatore di una protesta a piazza San Babila, convocata in quella stessa giornata, contro le modalità di attuazione del ‘Piano Rom’.

Di fronte, quindi, alla richiesta di un consigliere sulla presenza, alla riunione, degli organizzatori della manifestazione, l’imputato, “a voce alta”, aveva risposto “presenti e ne siamo fieri”, effettuando il “saluto fascista” ripreso con un cellulare da una cronista. L’avvocato era stato poi allontanato dall’aula consiliare: nei processi di merito, i giudici milanesi lo avevano condannato alla pena di un mese e 10 giorni di reclusione e al pagamento di una multa di 100 euro. A sua difesa, l’uomo aveva affermato che si era “limitato solo ad alzare la mano” per “segnalare la sua presenza” e, nel ricorso in Cassazione, aveva ribadito che si “imponeva alla luce delle circostanze di tempo e di luogo” la concessione dell’esimente della tenuità del fatto.

Il saluto fascista è reato, no alla «lieve entità»

Secondo la Cassazione, invece, il “saluto fascista”, specie se fatto durante un Consiglio comunale dove si discute di sicurezza e “piano Rom”, non è un fatto di “lieve entità”. Chi lo fa non merita sconti di pena.

I giudici hanno così respinto il suo ricorso, condannandolo anche a pagare le spese processuali, condividendo le motivazioni con cui la Corte d’appello di Milano aveva collegato la condotta dell’imputato “a una precisa volontà, tesa a rivendicare orgogliosamente il suo credo fascista”.

Il “saluto fascista” o “saluto romano”, si legge nella sentenza depositata dalla prima sezione penale, “costituisce una manifestazione gestuale che rimanda all’ideologia fascista e ai valori politici di discriminazione razziale e di intolleranza”, e la fattispecie di reato “non richiede che le manifestazioni siano caratterizzate da elementi di violenza”.

La Cassazione ricorda inoltre di aver, già in passato, dichiarato infondata la questione di costituzionalità della legge Reale-Mancino nel punto in cui vieta la libertà di manifestazione di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale per contrasto con l’articolo 21 della Costituzione: “La libertà di manifestazione del pensiero – ricorda la Corte – cessa quando trasmoda in istigazione alla discriminazione e alla violenza di tipo razzista”.

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