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L’ONOREVOLE E IL VITTIMISMO FORMATO FAMIGLIA: QUANDO IL FANGO FA MALE SOLO SE ARRIVA A CASA PROPRIA

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L’onorevole  scopre il dolore dei figli. E, guarda un po’, nell’occasione riesce anche a riaprire il capitolo della propria vicenda. Coincidenze della comunicazione politica.

Il caso  diventa così l’ennesimo palcoscenico per un deputato che, davanti alle telecamere virtuali dei social, mette in scena il grande dolore familiare: “Ho dovuto spiegare ai miei figli…”.

Una frase potentissima.

E soprattutto perfetta per spostare il riflettore.

Perché il tema iniziale sarebbe il dolore dei figli del gornalista della RAI. Ma, nel giro di poche righe, il dolore diventa quello suo, poi quello dei suoi figli, poi quello delle famiglie finite nei servizi di Report. Insomma: S.R. parla dei suoi figli e l’Onorevole coglie al volo l’occasione per parlare di sé.

Una specie di “dolore mio, quanto sei utile alla comunicazione politica”.

Il deputato racconta di essere tornato a casa e di aver dovuto spiegare ai propri figli perché il volto del padre fosse comparso in televisione accanto a quello di un boss della camorra e collegato alla vicenda della bomba.

Un’esperienza che, naturalmente, merita rispetto sul piano umano.

Ma poi arriva il secondo tempo: quello in cui la vicenda personale diventa un’arringa contro il giornalista e il programma da lui condotto.

Il ragionamento è semplice: se il giornalista soffre quando toccano la sua famiglia, allora dovrebbe ricordarsi di tutte le famiglie che, secondo il deputato, hanno sofferto per i servizi della trasmissione.

Tutto legittimo come opinione politica.

Ma la domanda è inevitabile: si può discutere di giornalismo senza trasformare ogni volta il proprio vissuto personale nel centro gravitazionale della storia?

Perché qui il protagonista rischia di diventare sempre lo stesso.

L’Onorevole.

La sua vicenda.

I suoi figli.

Il suo dolore.

La sua replica.

Il suo messaggio.

E persino il caso del giornalista finisce per diventare, dopo pochi secondi, un capitolo della saga autobiografica dell’onorevole.

IL “FANGO” E LA MEMORIA SELETTIVA

La frase finale è quella destinata a fare titolo:

“Il fango non diventa improvvisamente fango soltanto quando finisce sulla nostra porta”.

Bellissima.

Ma vale per tutti?

Questa dovrebbe essere la domanda.

Perché se il principio è quello, allora vale anche al contrario: quando un giornalista o una trasmissione sollevano interrogativi su un politico, un imprenditore o un personaggio pubblico, non basta evocare il dolore dei figli per trasformare automaticamente un’inchiesta giornalistica in fango.

E vale anche per la politica.

Se chiediamo rispetto per le famiglie dei politici, dobbiamo pretenderlo per tutte le famiglie.

Se chiediamo prudenza nel raccontare le vicende giudiziarie, dobbiamo pretenderla sempre.

Se invochiamo la presunzione di innocenza, dobbiamo difenderla anche quando il nome sulla prima pagina non ci è simpatico.

Sempre. Non soltanto quando il cognome è il nostro.

E POI C’È L’INATTESO COLPO DI SCENA

Il deputato ricorda che l’uomo arrestato con l’accusa di essere il mandante della bomba sarebbe un’amico che

“Voleva accrescerne la popolarità”e sottolinea di non conoscerlo e di non essere suo amico.

È il passaggio nel quale la replica politica diventa quasi una rivincita personale.

E qui il rischio è evidente: trasformare una vicenda complessa in una partita a chi ha subito più fango.

Ma il giornalismo non è una gara olimpica del martirio.

E la politica non dovrebbe diventare un gigantesco confessionale televisivo nel quale ogni problema nazionale finisce per essere ricondotto al proprio curriculum di vittima.

L’ONOREVOLE E IL “RITORNO DELL’IO”

La cosa più curiosa del post è proprio questa.

Il deputato parte dal dolore dei figli del giornalista- conduttore.

Poi racconta il dolore dei propri figli.

Poi accusa il giornalista di non aver pensato al dolore dei figli degli altri.

Poi torna sul proprio caso.

E chiude con una lezione generale sul fango.

Il cerchio si chiude. E il protagonista è sempre lui.

Più che un commento sul caso del giornalista, sembra quasi una conferenza stampa autobiografica con il conduttore come pretesto narrativo.

Del resto, in politica funziona così: se la notizia non parla di te, basta trovare un collegamento.

E se il collegamento passa attraverso figli, dolore, fango e accuse, il post è praticamente già pronto.

LA MORALE, SE PROPRIO VOGLIAMO TROVARLA

Il dolore dei figli va rispettato.

Quello del giornalista-conduttore

Quello del deputato.

Quello di qualunque famiglia coinvolta in una vicenda pubblica.

Ma proprio per questo sarebbe meglio evitare di utilizzare il dolore familiare come scudo retorico per regolare vecchi conti politici e mediatici.

Perché il fango, caro onorevole, non dovrebbe essere utilizzato né per infangare né per autoassolversi.

E soprattutto non dovrebbe diventare una macchina perfetta per trasformare ogni polemica in una nuova occasione di pubblicità personale.

A Palazzo Chigi lo chiamerebbero comunicazione.

In redazione qui da noi, più semplicemente:

“L’Onorevole non perde il vizio: parte il giornalistai, arriva l’Onorevole. E in mezzo, come sempre, il grande protagonista: il vittimismo dell’onorevole

 
   
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