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L’uomo nero

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Tutti abbiamo avuto paura dell’Uomo nero, del Babau notturno, che veniva a rapire i bimbi cattivi, per cui le nonne ci cantavano, prima d’addormentarci, la filastrocca: «Ninna nanna, ninna oh, / questo bimbo a chi lo do? / Lo darò alla Befana / Che lo tiene una settimana / Lo darò al diavoletto / che lo tiene un mesetto. / Lo darò all’Uomo Nero / Che lo tiene un anno intero / Lo darò all’Uomo Bianco / Che le tiene finché è stanco»;
era qualcosa di amorfo e incombente legato al buio, tanto che dappertutto ha lo stesso nome, in Ungheria è il Bubus, in Russia il Buka, negli Stati Uniti d’America il Boogeyman.

Fa “buu” appunto, nella stanza, nel sonno, sembra che ti salti addosso e ti metta nel sacco.

Ma poi la filastrocca della saggezza antica e di tutti i miti, così chiudeva: «Lo darò al Saggio Folletto / Che lo renda Uom perfetto!», come insegna del resto la storia di Pinocchio che aveva la sua Fatina. Ora i Saggi Folletti son spariti, e non ci sono più favole a purificarci da noi stessi: l’Uomo Nero c’è proprio, si trova in classe e per strada, che viene invitato in una terra piena di problemi per renderlo schiavo lontano dagli affetti e dalla propria terra, per rimpinguare quei politici accattoni senza un credo.

Ma non serve infliggere punizioni, poiché le favole sanno vendicarsi e imprimersi nella mente più dei proclami e dei teoremi; basta ridar voce alle filastrocche, aggiungendo ogni giorno, e per ogni cattiveria disumana, una strofe: «Ninna nanna ninna oh / la Bellanova a chi la do? / La si smenta in Parlamento /che finisca col suo lamento».

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