E mentre agosto, con la sua calura opprimente, sembra voler archiviare pensieri, dubbi e sospetti sotto una coltre di sonnolenza collettiva, qualcuno continua ostinatamente a farsi domande.
Perché dietro la superficie apparentemente levigata e inossidabile del quadro che ha condotto al commissariamento del Comune di Caserta, qualche dettaglio continua a non tornare.
Non significa, sia chiaro, mettere in discussione decisioni assunte dalle autorità competenti, né sostenere l’esistenza di un martirio ingiustificato. Non ne avremmo né i titoli né gli elementi. Significa, più semplicemente, esercitare quello che dovrebbe essere un diritto elementare: osservare, interrogarsi, mettere in fila le coincidenze e chiedersi se ogni tessera del mosaico sia davvero al proprio posto.
Perché anche l’architettura più spettacolare può presentare qualche pietruzza incastrata male. E quelle pietruzze, prima o poi, possono saltare.
IL CASO CASALE E QUELLA CANDIDATURA CHE NON CI SARÀ
È proprio qui che si inserisce la vicenda dell’ex vicesindaco Emiliano Casale e della decisione che gli preclude, secondo quanto stabilito, la possibilità di candidarsi alla guida del Comune di Caserta per le prossime due consiliature.
Una vicenda che, al di là delle tifoserie politiche e delle sentenze social emesse con la velocità con cui oggi si distribuiscono patenti di colpevolezza, meriterebbe qualcosa di molto più raro: un ragionamento serio.
Perché il problema non è soltanto la consueta abitudine, decisamente poco edificante, di individuare il presunto colpevole di turno e scaricargli addosso ogni responsabilità possibile.
Il problema è che, nella polvere di questa estate politica casertana, stanno tornando in circolazione vecchie storie, vecchi protagonisti, vecchie suggestioni e soprattutto vecchi sogni politici di almeno trent’anni fa, riproposti oggi con il trucco del “nuovo che avanza”.
Nuovo, appunto.
Talmente nuovo che a volte sembra semplicemente il vecchio con una mano di vernice fresca.
“A SCETARSI DAL SUONNO”
E allora sarebbe forse il caso di chiedere alla platea dei predestinati, degli entusiasti e dei professionisti del consenso prêt-à-porter di fermarsi un attimo.
Di smettere di correre dietro alla prima narrazione disponibile.
Di guardare meglio.
Perché una comunità non può essere trattata come una massa eternamente distratta, incapace di ricordare ciò che è accaduto ieri e pronta a innamorarsi, ogni volta, della stessa storia raccontata con nomi e slogan differenti.
“A scetarsi dal suonno”, verrebbe da dire.
Con calma.
Con prudenza.
Con quella lentezza che, qualche volta, non è sinonimo di debolezza ma rappresenta l’unico modo per osservare ciò che la fretta nasconde.
Perché prima o poi la memoria torna.
E quando torna, può accadere una cosa piuttosto scomoda: la coscienza ricomincia a funzionare.
E a quel punto, qualche pietruzza del grande mosaico potrebbe finalmente decidere di saltare.














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