Sedici anni di ombre, sospetti, ricostruzioni e teoremi. Poi arriva il giudice e smonta tutto. O quasi.
Il gup del Tribunale di Salerno, Giovanni Rossi, ha prosciolto il tenente colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo dalle accuse più pesanti: concorso nell’omicidio del sindaco pescatore Angelo Vassallo e partecipazione a un’associazione dedita al traffico di droga che, secondo la Procura, sarebbe stata il vero movente del delitto di Pollica.
Tradotto dal linguaggio giudiziario: il quadro accusatorio non regge.
Nelle motivazioni della sentenza il giudice è netto: non esiste una base probatoria sufficiente per sostenere un processo con una “ragionevole previsione di condanna”.
E qui cade il cuore dell’impianto investigativo. Perché la Procura non accusava Cagnazzo di aver sparato al sindaco il 5 settembre 2010. Il presunto ruolo dell’ufficiale sarebbe stato quello del “depistatore”: l’uomo che avrebbe orientato le indagini verso il pregiudicato brasiliano Bruno Humberto Damiani per coprire i veri responsabili e proteggere un traffico di stupefacenti scoperto da Vassallo.
Una tesi pesantissima. Ma secondo il giudice, senza prove concrete.
Il punto decisivo è proprio questo:
nessun riscontro certo su un presunto accordo tra Cagnazzo e gli ignoti killer. Nessuna prova concreta della sua appartenenza a un’organizzazione criminale.
E allora il gigantesco mosaico accusatorio finisce per sgretolarsi tra dichiarazioni contraddittorie, testimonianze indirette e racconti ritrattati.
Il nome che ritorna più volte nelle motivazioni è quello di Pierluca Cillo, che avrebbe parlato di traffici di droga nel porto di Acciaroli e di un coinvolgimento di Cagnazzo salvo poi ridimensionare tutto, sostenendo che si trattasse soltanto di supposizioni personali.
Stesso discorso per Romolo Ridosso, definito dal giudice “reticente, ondivago e contraddittorio”. E ancora Eugenio D’Atri, le cui dichiarazioni erano già finite sotto la scure della Corte di Cassazione, che ne aveva dichiarato l’inutilizzabilità.
Alla fine resta una frase che pesa come un macigno:
“Manca la prova dell’effettiva compartecipazione, anche solo morale”.
Una sentenza che inevitabilmente riapre interrogativi enormi su uno dei delitti più simbolici e controversi degli ultimi decenni.
Perché dopo anni di inchieste, libri, ricostruzioni e clamore mediatico, il caso Omicidio di Angelo Vassallo continua ad avere una certezza drammatica: il sindaco pescatore è morto, ma la verità giudiziaria completa resta ancora lontana.














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