“Sì al presepe e al crocifisso nelle aule”

Guerriero: "E' una tradizione importante alla quale non possiamo e non vogliamo rinunciare"

«Cancellare i simboli della nostra identità, collante indiscusso di una comunità significa svuotare di significato i princìpi su cui si fonda la nostra società. Il Crocifisso per me è il simbolo della nostra storia, della nostra cultura, delle nostre tradizioni: non vedo che fastidio possa dare nelle nostre aule scolastiche anzi, può aiutare a far riflettere, pronti a donarli alle scuole o istituto che ne fa richiesta perchè sprovvisto ».

Lo ha detto il Dott. Ciro Guerriero presidente del movimento Caserta Kest’è, complimentandosi pubblicamente con il ministro dell’istruzione.

Qualcuno, incattivito sul social :”Un modo esemplare per rappresentare il calvario dell’istruzione pubblica“. E proprio una docente spiega: “La laicità è un principio supremo dello Stato e la Scuola pubblica deve esserne il presidio fondamentale”.

Intanto allo  stesso modo, Marco Bussetti ministro dell’Istruzione del governo M5S-Lega si è detto favorevole ai presepi nelle scuole in occasione del Natale, «fanno parte della nostra identità».
L’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici – in particolare nelle scuole, nelle aule di giustizia e nei seggi elettorali – è legittima o è in contrasto con i principi costituzionali di uguaglianza dei cittadini, di libertà di religione e di laicità dello Stato?

La controversa questione – che contrappone da decenni cattolici e laici e che ha avuto un lunghissimo iter nelle aule di giustizia – si ripropone periodicamente e torna ora di nuovo di attualità alla luce del rinnovato sì del ministro dell’Istruzione non solo al crocifisso, ma anche ai presepi – altro simbolo della tradizione cattolica – nelle aule scolastiche.

Sull’argomento, l’ultima pronuncia giurisdizionale di rilievo si è avuta nel 2011 ed è stata della Grande Camera della Corte europea per i diritti dell’uomo, che, accogliendo un ricorso dell’Italia, ha definitivamente ritenuto legittima l’esposizione del crocifisso, ribaltando una sentenza di segno opposto della stessa Corte europea. La vicenda giudiziaria, durata quasi nove anni ebbe origine in una scuola di Abano Terme e seguì un iter quanto mai complesso.

Il 27 maggio 2002 il Consiglio di Istituto della scuola Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova) respinge il ricorso della famiglia di due alunne e decide che possono essere lasciati esposti negli ambienti scolastici i simboli religiosi, ed in particolare il crocifisso, unico simbolo esposto. La decisione del Consiglio di Istituto viene impugnata dalla madre delle due alunne davanti al Tar del Veneto. Nel ricorso si sostiene che la decisione del Consiglio di Istituto sarebbe in violazione del principio supremo di laicità dello Stato, che impedirebbe l’esposizione del crocifisso e di altri simboli religiosi nelle aule scolastiche, perchè violerebbe la «parità che deve essere garantita a tutte le religioni e a tutte le credenze, anche a-religiose».

Il Ministero dell’Istruzione, costituitosi nel giudizio, sottolinea che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è prevista da disposizioni regolamentari contenute in due regi decreti: uno del 1924, n. 965; l’altro del 1928, n. 1297 Tali norme, per quanto lontane nel tempo, sarebbero tuttora in vigore, come confermato dal parere reso dal Consiglio di Stato n.63 del 1988. Il Tar compie un esame delle norme regolamentari sull’esposizione del crocifisso a scuola e conclude che esse sono tuttora in vigore. Rimette, tuttavia, gli atti alla Corte costituzionale. La norma che prescrive l’obbligo di esposizione del crocifisso – scrivono i giudici – sembra delineare «una disciplina di favore per la religione cristiana, rispetto alle altre confessioni, attribuendole una posizione di privilegio», che apparirebbe in contrasto con il principio di laicità dello Stato.

La Consulta dichiara inammissibile il ricorso: le norme sull’esposizione del crocifisso a scuola sono «norme regolamentari», prive «di forza di legge» e su di esse «non può essere invocato un sindacato di legittimità costituzionale». Gli atti tornano al Tar. Il crocifisso, «inteso come simbolo di una particolare storia, cultura ed identità nazionale (…), oltre che espressione di alcuni principi laici della comunità (…), può essere legittimamente collocato nelle aule della scuola pubblica, in quanto non solo non contrastante ma addirittura affermativo e confermativo del principio della laicità dello Stato». Si conclude con queste parole la sentenza del 2005 con la quale il Tar rigetta il ricorso della madre della due alunne di Abano.

Il Consiglio di Stato chiude la parte italiana della vicenda, con il rigetto definitivo del ricorso della madre delle due alunne. Il crocifisso – scrivono i giudici – non va rimosso dalle aule scolastiche perché ha «una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni»; non è né solo «un oggetto di culto», ma un simbolo «idoneo ad esprimere l’elevato fondamento dei valori civili» – tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua libertà, solidarietà umana, rifiuto di ogni discriminazione – che hanno un’origine religiosa, ma «che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato».

Il 3 novembre 2009 la Corte europea per i diritti dell’uomo boccia l’Italia: il crocifisso appeso nelle aule scolastiche – rileva la Corte – è violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni. Il governo italiano ricorre e la Corte europea decide di affidare la soluzione del caso alla Grande Camera.

Con la sentenza del 18 marzo 2011 la Grande Camera ribalta il verdetto della Corte e dice definitivamente sì all’Italia, ritenendo che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche e negli altri luoghi pubblici non possa essere considerato un elemento di «indottrinamento» e dunque non comporta una violazione dei diritti umani. «Le autorità – dice la Grande Camera – hanno agito nei limiti della discrezionalità di cui dispone l’Italia nel quadro dei suoi obblighi di rispettare, nell’esercizio delle funzioni che assume nell’ambito dell’educazione e dell’insegnamento, il diritto dei genitori di garantire l’istruzione conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche».

 

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