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IL RITMO DELL’ANIMA – ENZO AVITABILE TRA FEDE, DOLORE, SOUL E RADICI: “LA MUSICA NON È UNA FESTA, È UNA FERITA CHE IMPARI A SUONARE”

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Nel backstage, pochi minuti prima del concerto di Frattamaggiore, il tempo sembra avere un altro passo.

Fuori dalla porta del camerino c’è una piazza che pulsa, un’onda di persone pronta ad accogliere il battito ancestrale dei Bottari, il sax che graffia e quella miscela irripetibile di sacro, soul e terra che da decenni porta il nome di Enzo Avitabile.

Dentro, invece, c’è silenzio.

Un silenzio pieno di tecnici che entrano ed escono, strumenti appoggiati ovunque, energia compressa nell’attesa. E poi c’è lui. Nessuna posa da rockstar. Nessuna distanza costruita. Una stretta di mano forte, uno sguardo mite, la calma di chi ha attraversato il mondo senza smettere di appartenere al proprio quartiere.

Parla con quella voce profonda che sembra arrivare da molto lontano.

«La gente vede il palco, i concerti, i tamburi, l’energia. Ma la musica non è una festa continua. La musica è una ferita che provi a trasformare in suono».

La sua storia parte da Marianella, periferia nord di Napoli che continua a definire semplicemente casa. Un luogo popolare, spirituale, attraversato dalla devozione e dal senso di comunità. È lì che nasce tutto.

A nove anni arriva la vocazione musicale. Prima ancora del Conservatorio, prima dei palchi internazionali, prima dei dischi. Arriva guardando suo fratello Rino suonare con il gruppo degli Yakei e respirando l’amore ricevuto in famiglia.

Poi il Conservatorio di San Pietro a Majella, il flauto, gli studi, il mestiere.

Ma la musica, racconta, non ti salva dal dolore.

Nel 2002 la morte della moglie Maria, colpita da un tumore, apre una frattura che cambia tutto.

«Per un periodo ho avuto la sensazione di essermi spento insieme a lei».

Ricorda il vuoto, la fatica di immaginarsi ancora su un palco, il senso di smarrimento.

Poi guarda le sue figlie, Connie e Angela.

Due ragazze giovani. Due vite che continuavano.

«Pensavo di dover salvare loro. Oggi credo che siano state loro a salvare me».

Racconta di essere diventato un padre presente in ogni dettaglio della quotidianità, di aver imparato una nuova grammatica dell’amore fatta di tavole apparecchiate, orari rispettati, presenza assoluta.

E accanto a tutto questo, la fede.

Le preghiere nelle notti più difficili. Il rosario stretto in mano quando il dolore sembrava togliere il respiro.

«La fede non elimina la sofferenza. Ti aiuta a restare in piedi».

Quando il discorso cambia direzione, torna la musica.

Perché per Avitabile il successo non è mai stato una destinazione.

Ha condiviso il palco con artisti come James Brown, Tina Turner, Pino Daniele. Ma continua a ripetere che se perdi il contatto con il luogo da cui vieni, il suono perde verità.

La sua musica nasce da una contaminazione continua: soul, funk, spiritualità popolare, tradizione contadina, improvvisazione e ricerca.

Dagli album degli anni Ottanta come Avitabile, Meglio Soul, Alta Tensione, fino alla svolta dei primi Duemila con i Bottari di Portico, dove botti, tini e percussioni diventano linguaggio spirituale e rito collettivo.

Con lavori come Salvamm’o munno, Festa Regna, Lotto Infinito e Il treno dell’anima, il percorso diventa sempre più interiore.

Lotto Infinito, racconta, nasce anche da un’idea simbolica: trasformare uno zero — il margine, la periferia, ciò che viene escluso — in uno spazio aperto alla possibilità.

Lo stesso spirito attraversa i suoi libri: La storia della musica su un solo foglio, Antichi proverbi napoletani, fino al recente Mia cara Napoli.

Non li considera opere da salotto.

Sono strumenti di memoria.

Per ricordare ai ragazzi delle periferie che il dialetto non è nostalgia e che la cultura popolare non è una reliquia.

A un certo punto qualcuno bussa alla porta.

È il momento di salire sul palco.

Fuori il boato della piazza cresce.

Avitabile prende il sassofono, si alza lentamente e prima di andare via dice una frase semplice:

«Ringrazio Dio ogni giorno per la musica e per l’amore della mia famiglia».

Poi esce.

Le luci si abbassano.

E il ritmo ricomincia.

 
   
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