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CERCASI ASSOLUZIONE: SIAMO TUTTI FALSI PERBENISTI

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C’è una regola non scritta, cinica e comodissima, che governa la nostra pietà: un uomo, un senza fissa dimora, non esiste finché non muore.

Poi muore.

E, oplà, scatta il miracolo della retorica: diventa “una brava persona”, “un volto che conoscevamo tutti”, “uno di noi”.

Partono i post. Le fotografie. Le candele digitali. I cuori. Le frasi da brivido. Le condanne. Le dichiarazioni.

Tutti lo conoscevano. Ma evidentemente nessuno lo vedeva.

A Caserta è successo ancora.

Un uomo senza casa è stato aggredito e ucciso di botte, in pieno giorno, in piazza Sant’Anna. E dopo la morte è arrivato puntuale il solito esercito dell’indignazione: quelli che fino al giorno prima  passavano accanto a un uomo rannicchiato sotto una coperta senza nemmeno voltarsi, oggi scoprono improvvisamente la compassione.

Comodo. Troppo comodo.

Ma c’è una cosa ancora più scomoda da dire: prima di puntare il dito contro gli altri, bisognerebbe avere il coraggio di puntarlo contro se stessi.

Perché anch’io sono dentro questa storia.

Qualche mese fa ero sotto il Comune di Caserta. Un gruppo di persone abusivamente, senza autorizzazioni metteva musica,  erano tangheri, gente che ballava, risate, socialità.

Dietro l’angolo, sullo stesso pavimento, c’erano uomini e donne che dormivano .

Coperte consumate. Cartoni. Freddo. Solitudine.

Li ho visti.

Non posso raccontarmi la favola di non essermene accorto.

Me ne sono accorto benissimo.

Ho guardato. E ho abbassato gli occhi, vergognandomi.

A pochi metri da persone che non avevano nemmeno un letto, si ballava.

Quella sera non ero migliore degli altri.

Ero semplicemente  e vergognosamente uno dei tanti.

Ed è proprio questa la parte che fa più male ammettere.

Perché l’ipocrisia non è soltanto quella degli altri. È anche la nostra.

Ci costruiamo una comoda benda davanti agli occhi: vediamo ciò che ci piace e cancelliamo ciò che ci disturba.

Il povero sotto il portico diventa parte dell’arredo urbano.

La coperta diventa un dettaglio.

Il cartone diventa una panchina.

L’uomo diventa invisibile.

Fino a quando muore.

Allora, improvvisamente, lo vediamo tutti.

Ma quell’uomo non è diventato visibile quando è morto.

Era invisibile da anni.

Era invisibile d’inverno, quando il freddo entrava nelle ossa.

Era invisibile nelle notti sotto i portici.

Era invisibile mentre gli passavamo accanto andando al bar.

Era invisibile mentre noi parlavamo di sicurezza, decoro, turismo e città europea.

Era invisibile mentre celebravamo il decoro della città.

E basta fare due passi per Caserta per rendersene conto.

Via Cesare Battisti. Il vecchio Banco di Napoli nei Giardinetti del Corso. Il Comune. Gli androni. Le panchine. I porticati.

Non servono commissioni d’inchiesta.

Serve soltanto aprire gli occhi.

E mentre noi discutiamo, c’è chi da anni fa qualcosa.

Ci sono cittadini comuni e associazioni serie che, lontano dai riflettori, portano pasti caldi, vestiti, coperte, attenzione e soprattutto una parola a chi vive per strada.

Niente conferenze stampa.

Niente passerelle.

Niente foto costruite per i social.

Solo presenza.

A loro va rispetto.

Perché fanno, nel silenzio, quello che noi spesso facciamo soltanto dopo una tragedia:

parliamo.

Ed eccola, allora, la domanda che nessun post strappalacrime dovrebbe riuscire a evitare.

Se quella morte ci ha davvero indignato, cosa faremo no ‘domai ‘ ma oggi?

Perché condividere un video o una  fotografia costa zero.

Scrivere “riposa in pace” costa zero.

Mettere un cuore sotto un post costa zero.

Una coperta, un pasto, un giubbotto, un thermos di caffè, cinque minuti per chiedere “Come ti chiami?” sono tutta un’altra storia.

E allora basta con la recita collettiva.

Basta anche con il lutto a scadenza.

Basta con l’indignazione che dura quanto una storia su Instagram.

La vera domanda non è soltanto chi ha ucciso quell’uomo.

La vera domanda è:

QUANTI ALTRI DEVONO MORIRE PRIMA CHE CI ACCORGIAMO CHE SONO ANCORA LÌ?

Io quella sera si è ballato.

E intorno a me ballavano tutti.

Mentre loro dormivano per terra.

Questa è la verità più difficile da digerire.

E forse, prima di cercare un colpevole da mettere alla gogna, dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio.

Perché l’indignazione dopo la morte è facile.

La solidarietà mentre una persona è ancora viva è tutta un’altra faccenda.

 
   
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