Protesta choc dei pastori sardi: migliaia di litri riversati in strada

Esplode la rabbia degli allevatori: "Le imprese in combutta sul prezzo, così ci mettono in ginocchio".

Migliaia di litri di latte appena munto riversati in strada. Spreco eclatante, come la protesta che lo ha prodotto.

Da alcuni giorni in varie zone della Sardegna i pastori sono letteralmente sul piede di guerra. All’origine della rivolta c’è un esempio emblematico di come i principi del libero mercato e della concorrenza, spesso evocati con solennità, possono essere distorti e piegati alla logica del puro profitto, anche al costo di mettere in crisi un’intera filiera.

L’oggetto del contendere è il prezzo minimo del latte. I pastori da ottobre stanno protestando contro la decisione delle imprese casearie di fissarlo a 0,60 centesimi per litro. Chiedono che venga pagato almeno 77 centesimi.

Ma di fronte al silenzio seguito alle loro denunce hanno deciso di manifestare clamorosamente, buttando via litri e litri di latte, frutto del loro lavoro di mungitura.

Come raccontano da Coldiretti Sardegna ad HuffPost, il prezzo minimo non nasce da una contrattazione tra i due soggetti (pastore-impresa) ma nei fatti viene imposto agli allevamenti attraverso il più classico degli espedienti: le imprese fanno cartello nell’offrire la stessa cifra e da lì non si schiodano.

Il prezzo stabilito, però, secondo centinaia di pastori sardi è così basso da non permettere loro di ripagarsi nemmeno i costi di produzione: “Nel 2018 il prezzo che viene fissato regolarmente a inizio stagione era di 85 centesimi per litro, oggi è circa il 30% in meno”.

I pastori vendono il loro latte per la trasformazione a industrie e cooperative. Per queste ultime, la contrattazione sul prezzo avviene in maniera diversa: le cooperative ne fissano uno d’acconto per ogni litro acquistato, e a fine anno si fa un conguaglio sulla base dei dati di produzione: “Quest’anno la maggiore cooperativa sarda ha fissato il prezzo d’acconto a 70 centesimi, per dare un segnale di vicinanza ai pastori ma pure al mercato caseario per non far crollare il prezzo”, dicono da Coldiretti.

La situazione è esplosiva: sui social sono diventati virali tantissimi video che mostrano pastori svuotare cisterne di latte appena munto nei tombini, per strada, ovunque. Ma che la situazione possa prendere una piega ancora più inquietante lo testimonia l’agguato teso mercoledì a un camion nel sud della Sardegna: due uomini a volto coperto e armati di spranghe hanno bloccato l’autista in località “Giana” a Villacidro, minacciandolo e obbligandolo a scendere. Poi gli hanno fatto versare sul terreno il carico di latte che trasportava e lo hanno costretto a filmare tutto con il telefono e a inviare il video a tutti i suoi contatti su WhatsApp.

Questo è solo uno dei tanti episodi che racconta quanto lo scontro tra i pastori e gli industriali sia una miscela esplosiva di difficile disinnesco: “Se il prezzo non aumenta, la maggior parte delle stalle si vedrà costretta a chiudere”.

Giovedì in Regione si è svolto un vertice tra tutti i soggetti coinvolti nella filiera, ma le posizioni sono rimaste distanti. Il ministro dell’Agricoltura Centinaio ha annunciato la sua visita in Sardegna per la prossima settimana, per fare da paciere tra allevatori e caseifici.

 

Con i primi che chiedono ai secondi di stabilire insieme il prezzo, sulla base dei mercati di riferimento, delle quote di produzione da rispettare e delle modalità di trasformazione del latte. Poco meno del 70% infatti viene impiegato dalle industrie casearie per produrre pecorino romano che ha costi di trasformazione relativamente più bassi rispetto ad altri tipi di formaggio.

Secondo Coldiretti, il crollo dei prezzi non è stato causato da una sovrapproduzione di latte quanto da una sovrapproduzione proprio di pecorino romano, l’anno scorso. Nel 2018 il prezzo del pecorino è salito nelle varie rilevazioni mensili fino a 7,80 euro, toccando punte del 90% in più rispetto all’anno precedente, ma quello del latte non ha avuto un analogo incremento.

Perché i caseari decidono a inizio anno quanto sono disposti a pagare, anche vincolando l’acquisto al versamento di caparre indispensabili ai pastori per pianificare investimenti o affrontare spese, denunciano i pastori.

Chiedono perciò di aggiornare il prezzo ogni tre mesi, anche in relazione all’oscillazione di quello del pecorino romano. “Un prezzo troppo basso in Sardegna può indurre le imprese di altre Regioni a comprare qui il latte, dal momento che il risparmio sarebbe notevole”. Il mercato verrebbe così distorto anche in altre regioni. E a trarne profitto, denunciano, sarebbe il cartello delle imprese.

“Ho la netta sensazione che in Sardegna stia partendo una rivoluzione. Ho visto molta rabbia del mondo delle campagne, difficile da descrivere e inusuale da vedere nella nostra Isola”, ha detto all’Ansa Antonio Succu, sindaco di Macomer (Nuoro) dove oggi i pastori hanno versato altro latte sulla strada. Prima avevano bloccato la Statale 131 altezza Abbasanta. Un’altra protesta si è registrata a Orune, nel nuorese. Ieri proteste con sversamento di latte in strada nelle campagne di Sant’Andrea Frius, l’altro ieri nel Campidano. A questi vanno aggiunti i tanti video di allevatori che riversano all’interno delle loro attività e i blocchi stradali sulle Statali sarde. La rabbia dei pastori non si placherà, assicurano, se il prezzo fissato resta intorno ai 60 centesimi. Nel 1983, raccontano, un litro di latte ci veniva pagato 1300 lire: “Quasi come oggi, ma sono passati più di trent’anni. Oggi c’è l’euro”.


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