Strage Bologna, dubbi e inchieste

Guerriero: «Un paese civile e democratico non può restare inerme senza individuare i mandanti delle stragi»

L’orologio della stazione di Bologna è fermo alle 10 e 25. Non è fermo dal 2 agosto del 1980, ma è fermo all’ora della strage. 39 anni fa la bomba nella sala d’attesa che causò la morte di 85 persone. Oltre 200 rimasero ferite. Ancora non tutto è stato chiarito nonostante processi e condanne e ogni anno la città e l’associazione dei parenti ricordano le vittime dell’attentato. Quest’anno è il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a rappresentare il Governo alla commemorazione del 39esimo anniversario della strage.

«Un paese civile e democratico non può restare inerme senza  individuare  i mandanti delle stragi» sottolinea Ciro Guerriero, presidente di Caserta Kest’è, che ricorda gli anni trascorsi dall’esplosione della bomba, gli 85 morti e i 200 feriti, la matrice «fascista» dell’attentato.

LA STRAGE
L’attentato è stato commesso sabato 2 agosto 1980 alle 10 e 25 alla stazione ferroviaria di Bologna Centrale. È il più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra. La bomba, un ordigno a tempo, scoppia nella sala d’aspetto di seconda classe. Era in una valigia abbandonata: 23 kg di esplosivo, una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta «Compound B», potenziata da 18 kg di gelatinato.

L’esplosione causò il crollo dell’ala Ovest dell’edificio e investì anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, che era in sosta sul primo binario, distruggendo circa 30 metri di pensilina, e il parcheggio dei taxi davanti alla stazione. Parte dei detriti sono rimasti per anni nella zona dei Prati di Caprara e di recente è stato individuato quello che potrebbe essere stato l’interruttore usato per la detonazione della bomba.

I SOCCORSI
Furono le stesse persone presenti alla stazione le prime a portare soccorso estraendo persone dalle macerie. La corsia di destra dei viali di circonvallazione del centro storico di Bologna fu riservata alle ambulanze e ai mezzi di soccorso. Per trasportare i tanti feriti furono usati anche gli autobus, in particolare quello della linea 37 (rimasto uno dei simboli della strage), auto e taxi. La più giovane delle vittime, Angela Fresu, aveva 3 anni, di sua madre Maria non è mai stato ritrovato il corpo dilaniato dall’esplosione, il più vecchio, 86 anni, Antonio Montanari.

FUNERALI
I funerali delle vittime furono celebrati il sei agosto nella Basilica di San Petronio. Ci furono proteste nei confronti dei rappresentanti del governo, presieduto da Francesco Cossiga. Gli unici applausi furono riservati al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, arrivato in elicottero a Bologna alle 17:30 del giorno della strage, che, in lacrime, disse: «Non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia».

LE INDAGINI
È stata quella neofascista la pista seguita, ma l’iter giudiziario è stato lungo e costellato di depistaggi (si è parlato anche dell’esplosione di una caldaia, di un coinvolgimento dei servizi segreti e della Libia di Gheddafi). Ci furono da subito rivendicazioni prima da parte dei NAR (una telefonata risultata partita da una sede fiorentina del SISMI), poi dalle Brigate Rosse, seguite da altrettante telefonate di smentita da parte di militanti dei due gruppi terroristici.

La sentenza finale è arrivata solo nel 1995 con la condanna di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari, in quanto esecutori materiali, «come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna» e per aver «fatto parte del gruppo che sicuramente quell’atto aveva organizzato». Mambro e Fioravanti si sono sempre dichiarati innocenti (secondo Paolo Bolognesi, rappresentante dei parenti delle vittime, solo per non legare il loro nome alla strage). Hanno invece ammesso e rivendicato decine di altri omicidi. Nel 2007 si è aggiunta la condanna di Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca dei fatti, trent’anni per strage.

Anche per i depistaggi, in cui è entrato anche il nome di Licio Gelli capo della P2, ci sono stati più processi.

Nel 2017 c’è stato il rinvio a giudizio di un altro ex NAR, Gilberto Cavallini, con l’accusa di concorso in strage. Era già stato processato e condannato per lo stesso reato con l’imputazione di banda armata, dopo è stato accusato di essere il fornitore dei documenti falsi per Mambro e Fioravanti, ruolo attribuito già al collaboratore di giustizia Massimo Sparti.

I MANDANTI
Il punto che resta oscuro per i parenti delle vittime è quello dei mandanti: chi volle la strage alla stazione di Bologna? I familiari sperano nella riapertura delle indagini ad opera della Procura generale diretta da Ignazio De Francisci. Gli ultimi sviluppi hanno visto l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex estremista di destra Paolo Bellini. La Procura generale bolognese lo ha indagato per concorso nella strage accogliendo la richiesta di revocare il proscioglimento per la strage disposto nei suoi confronti nell’aprile del 1992.

Fra le ipotesi fatte quella di una ritorsione dei gruppi di estrema destra dopo i rinvii a giudizio per la strage del treno Italicus. Per altri il movente sarebbe internazionale con i contrasti di potere tra NATO e Patto di Varsavia, tra Israele e OLP, tra Stati Uniti e Libia. Per altri ancora i neofascisti furono guidati da poteri più forti come servizi segreti e organizzazioni massoniche (la P2 di Licio Gelli in particolare). C’è chi ipotizza anche che la bomba fu un’azione diversiva per sviare l’attenzione da alcuni scandali del periodo: il crack finanziario del Banco Ambrosiano, la bancarotta e la caduta del faccendiere Michele Sindona, gli attentati di mafia, la strage di Ustica. Altre piste ancora legano la strage anche alla criminalità organizzata legata al terrorismo nero, come la Banda della Magliana.