MARCIANISE – Adesso basta con il teatrino. Basta con il gioco delle tre carte, con i documenti tirati fuori a metà, con le conferenze-show e le battutine da salotto politico mentre un intero territorio rischia di trasformarsi nell’ennesima colonia industriale sacrificabile della Campania felix diventata Campania tossica.
Qui non si parla di una rotonda o di una pista ciclabile. Qui si parla del possibile trasferimento dei giganteschi serbatoi di idrocarburi dal porto di Napoli a Marcianise. Qui si parla di un oleodotto lungo trenta chilometri che dovrebbe attraversare territori già devastati da decenni di scelte folli, discariche, roghi, cemento e silenzi istituzionali. E qualcuno pensa pure di cavarsela con una conferenza stampa e due battute da avanspettacolo.
Il presidente del Consiglio regionale Massimiliano Manfredi arriva a Marcianise per sostenere il campo largo e liquida tutto dicendo che “la Regione non c’entra”. Non c’entra? Davvero? Strano, perché le carte – quelle vere, non i volantini elettorali – raccontano una storia diversa. E i cittadini, ormai, hanno imparato a leggerle da soli, stanchi di essere trattati come sudditi ignoranti buoni solo a votare e tacere.
La scena è quasi surreale: da una parte Massimiliano Manfredi scarica responsabilità, dall’altra il Comune di Napoli – guidato dal fratello Gaetano – scrive nero su bianco che la questione riguarda eccome la Regione. Un rimpallo familiare degno di una sitcom politica napoletana, con Marcianise nel ruolo della vittima designata. Altro che campo largo: qui il campo è minato.
E mentre a Napoli si passano la patata bollente tra fratelli e alleati, a Marcianise cala un silenzio assordante da parte di chi dovrebbe battere i pugni sul tavolo. La candidata sindaco del campo largo dov’è? Perché non parla chiaramente dell’oleodotto? Perché non pretende risposte vere da Manfredi e da Roberto Fico? Perché chi ha governato per anni tra Regione e Comune oggi cade dalle nuvole come se scoprisse il dossier soltanto adesso?
La sensazione è sempre la stessa: i cittadini devono sapere il minimo indispensabile, possibilmente a giochi fatti. E guai a disturbare la narrazione ufficiale delle “grandi opportunità”. Opportunità per chi? Per i territori già soffocati da smog e inquinamento o per le multinazionali che devono risparmiare milioni spostando serbatoi e tubi lontano dalle cartoline turistiche di Napoli?
Marcianise non è una discarica industriale da usare all’occorrenza. Non è il retrobottega della Campania dove scaricare rischi ambientali mentre altrove si fanno convegni green e selfie istituzionali. Qui la gente è stanca di ammalarsi, di respirare veleni, di vedere figli costretti a crescere tra promesse politiche e aria irrespirabile.
Ed è questo il punto che nel palazzo fanno finta di non capire: la pazienza è finita. Perché ogni volta che spunta un progetto “strategico”, guarda caso, i sacrifici li devono fare sempre gli stessi territori. Sempre le stesse famiglie. Sempre la stessa provincia trattata come zona sacrificabile.
E allora no, stavolta non bastano le dichiarazioni vaghe, i documenti citati a metà o le passerelle elettorali con sorrisi e applausi telecomandati. I cittadini pretendono chiarezza. Pretendono verità. Pretendono rispetto.
Perché qui non siamo al mercato delle illusioni politiche. Qui c’è un territorio che non vuole più essere usato come merce di scambio nei giochi di potere del campo largo, dei ministeri, delle correnti e delle dinastie politiche.
E soprattutto c’è una domanda che continua a rimbombare più forte di ogni slogan elettorale: chi sta decidendo davvero il futuro ambientale di Marcianise?














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